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September 2013

Altre illuminazioni

Sensazione
 
Nelle azzurre sere d’estate, me ne andrò per i sentieri,
punzecchiato dalle spighe, a calpestare l’erba tenera:
trasognato, ne sentirò la frescura ai piedi.
Lascerò che il vento bagni la mia testa nuda.
 
Non parlerò, non penserò a niente:
ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
e andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro,
attraverso la Natura, – felice come con una donna.
 
(Arthur Rimbaud, 1870, traduzione dal francese di Giovanni Soriano)[1]

Con grande piacere, questa settimana riprendono “Le interviste possibili”, mercoledì avrò come ospite un musicista di grande talento…

In attesa della puntata speciale, sono andata a rivedermi un celebre omaggio che Patti Smith rese ad Arthur Rimbaud (1854-1891) nel documentario di Steven Sebring sulla cantautrice e poetessa, Dream of Life, presentato al Sundance Festival nel 2007.

Ogni volta che leggo le poesie di Rimbaud, rimango sconvolta dal fatto che compose tutte le sue opere tra i 16 e i 19 anni, giovanissimo e poi piantò tutto e tutti e iniziò a vagabondare da un paese all’altro, svolgendo diversi mestieri, il maestro, lo scaricatore, il marinaio, per un periodo fece persino il volontario nell’esercito olandese. Si imbarcò per l’Africa e si mise a fare il mercante, in seguito a una infezione, gravemente ammalato, fu costretto a tornare in Francia, dove gli venne amputata una gamba, morì a soli trentasette anni.

Patti Smith ripercorre le tappe della sua esistenza con una precisione commovente, in un gioco di specchi in cui rivede le battaglie, le delusioni, le amarezze del giovane poeta, compreso e avvolto in un abbraccio finale ideale e reale…

“Cercai un mio simile e non trovai nessuno, come mi liberasti tu, le tue mani da contadino giunsero attraverso il tempo ad avvolgere il mio giovane cuore, le tue poesie trovate sulle bancarelle della stazione delle corriere che frequentavo sognando la fuga…”


[1] Qui la versione originale:

Sensation

 

Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers,


Picoté par les blés, fouler l’herbe menue:


Rêveur, j’en sentirai la fraîcheur à mes pieds.


Je laisserai le vent baigner ma tète nue.

 

Je ne parlerai pas, je ne penserai rien:


Mais l’amour infini me montera dans l’âme,


Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,


Par la Nature, — heureux comme avec une femme.

 

 

I bisticci della paronomasia

Ho notato che molti cliccano spesso lo spazio riservato alle figure retoriche fai-da-te, oggi allora dedico qualche riga alla paronomasia, letteralmente “mutamento di nome”, nota anche come annominazione, bisticcio, che consiste nell’accostare parole di significato diverso ma simili per attinenza fonetica, o per parentela etimologica o formale. Questa volta lo Zingarelli non cita Dante ma un verso di Montale:

Trema un ricordo nel ricolmo secchio.

Esempio elegantissimo, dove persino il secchio acquista una sua dignità linguistica. Nel linguaggio parlato ci dobbiamo per forza allontanare da tanta eloquenza, facendoci sorprendere dai cosiddetti strafalcioni, parole che per sbaglio ne ricordano altre.

Una signora, vestita in jeans, camicia a scacchi e tshirt bianca, si è presentata dicendo “scusate, oggi sono in déshabillé”. Tutte hanno annuito in silenzio, era evidente che voleva dire casual, il famoso nu jeans e na maglietta…e qui l’attinenza era solo nella sua testa, mettendo in pratica il classico fischi per fiaschi.

“Guarda che il troppo stroppia.”

“Ma si dice stroppia o storpia?”

“Non so, io ho sempre detto stroppia.”

“Beh si può dire anche storpia…”

“Mai sentito…”

Viene in soccorso google, con la risposta forbita dell’Accademia della Crusca, il troppo stroppia (o storpia).

Coro: “Vedi?”

“Stroppiare è una variante di storpiare.”

“Ok, ok, il troppo è troppo.”

Sorriso sornione.

“Ma tu dici storpia?”

“No, io dico stroppia.”

“Che non è proprio comune.”

“È un modo di dire.”

“Sarà…Io non lo uso.”

Non se ne viene a capo, rimane ineguagliabile Francesco Petrarca con il sonetto Cxxxiv “Pace non trovo e non ho da fare guerra” del suo Canzoniere, nell’abbinamento raffinato tra ghiaccio e giaccio la paronomasia trova finalmente giustizia:

 

Pace non trovo, et non ò da far guerra;


e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;


et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;


et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio.


 

Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,


né per suo mi riten né scioglie il laccio;


et non m’ancide Amore, et non mi sferra,


né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.



Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;

 

et bramo di perir, et cheggio aita;


et ò in odio me stesso, et amo altrui.



Pascomi di dolor, piangendo rido;


egualmente mi spiace morte et vita:


in questo stato son, donna, per voi.

I bisticci della paronomasia

Ho notato che molti cliccano spesso lo spazio riservato alle figure retoriche fai-da-te, oggi allora dedico qualche riga alla paronomasia, letteralmente “mutamento di nome”, nota anche come annominazione, bisticcio, che consiste nell’accostare parole di significato diverso ma simili per attinenza fonetica, o per parentela etimologica o formale. Questa volta lo Zingarelli non cita Dante ma un verso di Montale:

Trema un ricordo nel ricolmo secchio.

Esempio elegantissimo, dove persino il secchio acquista una sua dignità linguistica. Nel linguaggio parlato ci dobbiamo per forza allontanare da tanta eloquenza, facendoci sorprendere dai cosiddetti strafalcioni, parole che per sbaglio ne ricordano altre.

Una signora, vestita in jeans, camicia a scacchi e tshirt bianca, si è presentata dicendo “scusate, oggi sono in déshabillé”. Tutte hanno annuito in silenzio, era evidente che voleva dire casual, il famoso nu jeans e na maglietta…e qui l’attinenza era solo nella sua testa, mettendo in pratica il classico fischi per fiaschi.

“Guarda che il troppo stroppia.”

“Ma si dice stroppia o storpia?”

“Non so, io ho sempre detto stroppia.”

“Beh si può dire anche storpia…”

“Mai sentito…”

Viene in soccorso google, con la risposta forbita dell’Accademia della Crusca, il troppo stroppia (o storpia).

Coro: “Vedi?”

“Stroppiare è una variante di storpiare.”

“Ok, ok, il troppo è troppo.”

Sorriso sornione.

“Ma tu dici storpia?”

“No, io dico stroppia.”

“Che non è proprio comune.”

“È un modo di dire.”

“Sarà…Io non lo uso.”

Non se ne viene a capo, rimane ineguagliabile Francesco Petrarca con il sonetto Cxxxiv “Pace non trovo e non ho da fare guerra” del suo Canzoniere, nell’abbinamento raffinato tra ghiaccio e giaccio la paronomasia trova finalmente giustizia:

 

Pace non trovo, et non ò da far guerra;


e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;


et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;


et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio.


 

Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,


né per suo mi riten né scioglie il laccio;


et non m’ancide Amore, et non mi sferra,


né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.



Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;

 

et bramo di perir, et cheggio aita;


et ò in odio me stesso, et amo altrui.



Pascomi di dolor, piangendo rido;


egualmente mi spiace morte et vita:


in questo stato son, donna, per voi.

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