Search

venicebyvenice

Making your journey easier

Month

September 2013

Libere interpretazioni

Una volta che ti trovi in una posizione di fiducia e potere, sogna un po’ prima di pensare

Toni Morrison

È da tempo che volevo scrivere qualcosa sull’Otello di Shakespeare, non voglio parlare del tema trito e ritrito della gelosia, ma proprio all’inizio del dramma c’è una frase che mi ha sempre colpito perché si apre a diverse interpretazioni: “quando la fortuna toglie ciò che non può essere conservato, bisogna avere pazienza: essa muta in burla la sua offesa. Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro, ma chi piange per un dolore vano, ruba qualcosa a se stesso.”[1]

E come dargli torto? Solo che non è riferita alle sofferenze sentimentali come si potrebbe pensare leggendola fuori contesto, ma è un’esortazione che il Doge di Venezia fa a Otello per convincerlo ad accettare l’incarico di andare a combattere contro i turchi a Cipro…e infatti ci riesce lavorando proprio sulle sue insicurezze, la paura di sentirsi ridicolo e costantemente inadeguato. E Otello la interpreta proprio così: “c’è poco tempo da perdere, archivia le perdite del passato e datti una mossa”…”Il possessore”, non ancora assillato dalle iniezioni di sfiducia in se stesso di Iago, accetta la missione e parte con Desdemona, nome che significativamente vuol dire “destino avverso”. Il resto lo farà Iago, la dimostrazione palese dei danni arrecati dall’invidia, e un fazzoletto…

Anni fa, sempre a Venezia, mi capitò di assistere a una interessante lezione sull’Otello, la relatrice era la scrittrice afro-americana Toni Morrison che era stata chiamata a commentare un balletto cambogiano liberamente, e sottolineo liberamente ispirato all’opera, in occasione della Biennale Danza, quelle strane combinazioni che a volte il teatro offre, a volte anche disastrose, se penso a certe trasposizioni contemporanee di opere antiche, registi che improvvisamente trasformano il setting in un campo di battaglia, cantanti lirici che già sono corpulenti di natura che vengono costretti a recitare con pesanti armature appesi a fili volanti… quella volta andai, non per il balletto, di cui non mi importava assolutamente nulla, ma perché volevo ascoltare quello che Toni Morrison aveva da dire.

La Morrison aveva apprezzato il fatto che nella nuova rivisitazione era stata eliminata completamente la distinzione tra bianco e nero, e la differenza razziale, per dare maggiore risalto al personaggio di Desdemona e alla sua attrazione per l’altrove. Desdemona si innamora di Otello perché è affascinata dal suo essere straniero, e dal modo in cui parla, colpita dai suoi racconti “outside the borders”, oltre i confini, che descrivono il pericolo in terre lontane. Un rapporto basato sulla difficoltà reciproca di capire la differenza tra verità e menzogna, e che oscilla sempre tra rabbia e difesa, complicato ulteriormente dal senso di solitudine di sentirsi sempre e comunque straniero in terra straniera. E con questi presupposti, anche la versione cambogiana non fa presagire nulla di buono, invece scopro dagli appunti sulla mia moleskine, la parte di Iago viene assegnata a una scimmia dispettosa che salta come Arlecchino, Otello uccide Desdemona ma poi magicamente la fa risorgere e tutti finiscono a danzare in un bosco…e così torna il sorriso.


[1] Atto I, Scena III, Il Doge, Otello, Edizione Einaudi, 1969, Traduzione e note a cura di Cesare Vico Lodovici.

Le interviste possibili: VIII. Alieno de Boötes

L’ottavo appuntamento con le interviste possibili si sposta nello spazio, sono finalmente riuscita a mettermi in contatto con Alieno de Boötes, direttamente dalla costellazione di Boötes, altrimenti nota come Supervuoto, una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo, nei suoi confini si trova la quarta stella più luminosa del cielo, Arcturus, tra +10° e +60° di declinazione, 13 e 16 ore di ascensione sulla sfera celeste, questo secondo le rotte ufficiali… Il protagonista della nostra puntata colleziona e archivia nella sua libreria tecnologica materiale terrestre e proveniente da altre galassie con amorevole perizia, amante del cinema, musicista e saggista, è un ricercatore esperto. Benvenuto nel mio salotto virtuale, potrei offrirti una grappa Klingon per festeggiare l’eccezionalità dell’evento, inutile dirti che è molto alcolica, un caffè, un tè, ultimamente molto richiesto, a te la scelta…

Dell’ottima acqua frizzante andrebbe benissimo, grazie … è così essenzialmente … “terrestre”!

Perfetto, l’acqua frizzante piace molto anche a me. La prima domanda che ti faccio è legata proprio al tuo rapporto con la tecnologia, sei un fanatico dell’aggiornamento o un nostalgico?

Non mi sono mai fidato e – da sempre – sono “immediatamente” diffidente nei confronti delle nuove tecnologie in generale, soprattutto guardo sempre con diffidenza l’entusiasmo altrui per le dichiarate “straordinarie libertà” (spesso solo apparenti e falsamente strombazzate) da esse create o favorite. Credo di vivere in un momento in cui brilla troppo spesso la facile illusione di potersi emancipare, liberare dalle presenti catene di un ingombrante passato affidandosi ciecamente alle bizzarre acrobazie di un progresso tecno(il)logico che – a conti fatti invece – disegna principalmente infiniti intrecci di “nuovi bisogni” che risultano poi essere forieri di una ulteriore sostanziale confusione esistenziale (mi viene in mente l’affascinante ma perniciosa “superorganizzazione Huxleyana”). L’unico modo per non soffrire di questo prodotto convulso e caotico sembra essere quello di scegliere di accettare questo status senza opporsi ed abbandonarsi completamente al flusso tecnologico ed alle sue innumerevoli “nuove regole” (ovvero delle “nuove catene “gestite” altrove da sconosciuti “giocatori”). Ma in realtà questa forma di rinuncia non fa proprio per me e quindi fondamentalmente sono un nostalgico perchè ho ancora la sensazione che il passato permetta scelte basate su possibili giudizi fondati (conoscenza), il futuro concede solo prospettive in cui l’errore potenziale è dietro l’angolo (aspirazione). Ovviamente la chiara consapevolezza dello scorrere del tempo in un’unica direzione mi obbliga ad accettare questo ineluttabile processo in divenire che, nostalgica-mente, mi permetto solo di non preferire.

Negli ipotetici mondi futuri segnalati e descritti dalla fantascienza del passato, alcuni purtroppo clamorosamente smentiti dallo sviluppo degli eventi in epoche successive, ho sempre tifato per l’utopia dell’Arcadia, le macchine finiscono sempre per essere troppo invasive e lo spazio riservato all’emozione si trasforma in ossessione di controllo con effetti spesso devastanti. Ci specchiamo spesso in universi che non sappiamo comprendere…è un’attitudine tipicamente terrestre?

Aspiriamo (talvolta specchiandocisi dentro) ad universi e dimensioni parallele perché nel tempo ci siamo emancipati dalle necessità di base ed abbiamo portato la nostra evoluzione ad arricchire lo spirito con osservazioni e speculazioni su realtà (chissà poi quanto “chimicamente solo immaginarie”) dove creare in esse stessi ulteriori elementi di ricerca ed evoluzione. L’”alienità” (o “posizione alternativa” o “aliud Kierkegaardiano”) forse sta nella condizione di forte consapevolezza parallela ad una (o più) delle realtà salvifiche presenti nel contesto involuto del pensiero moderno (sempre più triste e primitivo). Le macchine e/o la ricerca del progresso fine a se stessa sono l’esempio perfetto dell’aspirazione umana a “delegare” qualsiasi cosa finanche una specie di “delega” del proprio stesso “sentire o esistere” ….

“Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno, poiché sembra essere ovunque, sia la sostanza basilare dell’universo; non sono d’accordo. Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo.” Aveva ragione Frank Zappa?

Detta da un terrestre cinico e disilluso (ed orgogliosamente non particolarmente colto) è una sarcastica e paradossale affermazione che ha le sue teoriche evidenze a favore. Ma la stupidità rimane essenzialmente un parametro troppo “umano” per poter essere applicato ad un ipotetico qualsiasi universo che ancora non conosciamo (ma che forse proveremo a conoscere purtroppo sospinti proprio da quella umana stupidità).

“Cambiare musica” è una tipica espressione che segnala la necessità di cambiare scenario, non a caso il cambiamento è innescato dall’udito, da una colonna sonora che ci permette di intravvedere altri mondi possibili e magicamente l’esterno si accorda a un interno che ci corrisponde. Ricordi ancora il primo disco che hai ascoltato?

Si, perfettamente. Era un 78 giri che mio padre aveva portato dai suoi numerosi viaggi in Cina nel 1932. Era una pièce orchestrale giapponese che all’epoca era una esplicita manifestazione di propaganda di regime estremamente patriottica (da quello che ho poi scoperto negli anni) ma che ha avuto nel mio immaginario di due anni un effetto detonante tanto persistemte che ancora oggi mi ricordo quasi perfettamente la sua linea melodica, pur non avendo più avuto ormai da anni l’opportunità di ascoltarlo … (grazie – appunto – a quella tecnologia di cui sopra che, migliorando i propri standard, di fatto CANCELLA i precedenti relegando i prodotti passati ad inutili oggetti di memoria inservibili alla trasmissione generazionale culturale). Ricordo anche il primo ascolto più essenzialmente ludico, ma già abbastanza consapevole, del Peer Gynt di Edward Grieg avvenuto pochi anni dopo, così come alla stessa stregua uno dei primi 45 giri della Kama-Sutra che gracchiando dalla mia radio-giradischi Imperial raccontava di un’estate passata nella caotica città della dinamica (e lontana) america (“Summer in the city” di Lovin’ Spoonful). Ma forse io “cambiai musica” quando mio fratello maggiore (alla cui preziosa memoria dedico sempre ancora oggi ogni mio ascolto musicale) mi fece conoscere un modo “parallelo” di ascoltare la musica, di approcciarne il senso … anche di quella più apparentemente semplice e banale. Ho così incontrato Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan all’inizio del mio “nuovo itinerario” fino al messaggio essenziale che ho capito ascoltando – adolescente – l’”animale” Eric Burdon cantare (accompagnato da un gruppo chiamato “GUERRA”) “No, They can’t take away our music”. Per me fu quello il bivio da cui sono poi partito per la mia personale audio-esplorazione parallela.

Quale video hai scelto per noi e perché?

[Scena Stargate di 2001 Odissea nello spazio]

Perchè racchiude in un unico microuniverso audiovisivo di poco più di nove minuti il “passato”, il “presente”, un “futuro”, una “tecnologia” e la “primordialità essenziale”, la “paura” e lo “stupore o meraviglia” il tutto nella prospettiva di una sconosciuta ma percepita speranza. (e poi perchè mi ricorda un po’ Bootes!)

Grazie Alieno, non potevi fare scelta migliore, è stato un grande regalo averti a bordo qui con noi.

–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––

Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 2 ottobre, STAY TUNED…

Le interviste possibili: VIII. Alieno de Boötes

L’ottavo appuntamento con le interviste possibili si sposta nello spazio, sono finalmente riuscita a mettermi in contatto con Alieno de Boötes, direttamente dalla costellazione di Boötes, altrimenti nota come Supervuoto, una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo, nei suoi confini si trova la quarta stella più luminosa del cielo, Arcturus, tra +10° e +60° di declinazione, 13 e 16 ore di ascensione sulla sfera celeste, questo secondo le rotte ufficiali… Il protagonista della nostra puntata colleziona e archivia nella sua libreria tecnologica materiale terrestre e proveniente da altre galassie con amorevole perizia, amante del cinema, musicista e saggista, è un ricercatore esperto. Benvenuto nel mio salotto virtuale, potrei offrirti una grappa Klingon per festeggiare l’eccezionalità dell’evento, inutile dirti che è molto alcolica, un caffè, un tè, ultimamente molto richiesto, a te la scelta…

Dell’ottima acqua frizzante andrebbe benissimo, grazie … è così essenzialmente … “terrestre”!

Perfetto, l’acqua frizzante piace molto anche a me. La prima domanda che ti faccio è legata proprio al tuo rapporto con la tecnologia, sei un fanatico dell’aggiornamento o un nostalgico?

Non mi sono mai fidato e – da sempre – sono “immediatamente” diffidente nei confronti delle nuove tecnologie in generale, soprattutto guardo sempre con diffidenza l’entusiasmo altrui per le dichiarate “straordinarie libertà” (spesso solo apparenti e falsamente strombazzate) da esse create o favorite. Credo di vivere in un momento in cui brilla troppo spesso la facile illusione di potersi emancipare, liberare dalle presenti catene di un ingombrante passato affidandosi ciecamente alle bizzarre acrobazie di un progresso tecno(il)logico che – a conti fatti invece – disegna principalmente infiniti intrecci di “nuovi bisogni” che risultano poi essere forieri di una ulteriore sostanziale confusione esistenziale (mi viene in mente l’affascinante ma perniciosa “superorganizzazione Huxleyana”). L’unico modo per non soffrire di questo prodotto convulso e caotico sembra essere quello di scegliere di accettare questo status senza opporsi ed abbandonarsi completamente al flusso tecnologico ed alle sue innumerevoli “nuove regole” (ovvero delle “nuove catene “gestite” altrove da sconosciuti “giocatori”). Ma in realtà questa forma di rinuncia non fa proprio per me e quindi fondamentalmente sono un nostalgico perchè ho ancora la sensazione che il passato permetta scelte basate su possibili giudizi fondati (conoscenza), il futuro concede solo prospettive in cui l’errore potenziale è dietro l’angolo (aspirazione). Ovviamente la chiara consapevolezza dello scorrere del tempo in un’unica direzione mi obbliga ad accettare questo ineluttabile processo in divenire che, nostalgica-mente, mi permetto solo di non preferire.

Negli ipotetici mondi futuri segnalati e descritti dalla fantascienza del passato, alcuni purtroppo clamorosamente smentiti dallo sviluppo degli eventi in epoche successive, ho sempre tifato per l’utopia dell’Arcadia, le macchine finiscono sempre per essere troppo invasive e lo spazio riservato all’emozione si trasforma in ossessione di controllo con effetti spesso devastanti. Ci specchiamo spesso in universi che non sappiamo comprendere…è un’attitudine tipicamente terrestre?

Aspiriamo (talvolta specchiandocisi dentro) ad universi e dimensioni parallele perché nel tempo ci siamo emancipati dalle necessità di base ed abbiamo portato la nostra evoluzione ad arricchire lo spirito con osservazioni e speculazioni su realtà (chissà poi quanto “chimicamente solo immaginarie”) dove creare in esse stessi ulteriori elementi di ricerca ed evoluzione. L’”alienità” (o “posizione alternativa” o “aliud Kierkegaardiano”) forse sta nella condizione di forte consapevolezza parallela ad una (o più) delle realtà salvifiche presenti nel contesto involuto del pensiero moderno (sempre più triste e primitivo). Le macchine e/o la ricerca del progresso fine a se stessa sono l’esempio perfetto dell’aspirazione umana a “delegare” qualsiasi cosa finanche una specie di “delega” del proprio stesso “sentire o esistere” ….

“Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno, poiché sembra essere ovunque, sia la sostanza basilare dell’universo; non sono d’accordo. Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo.” Aveva ragione Frank Zappa?

Detta da un terrestre cinico e disilluso (ed orgogliosamente non particolarmente colto) è una sarcastica e paradossale affermazione che ha le sue teoriche evidenze a favore. Ma la stupidità rimane essenzialmente un parametro troppo “umano” per poter essere applicato ad un ipotetico qualsiasi universo che ancora non conosciamo (ma che forse proveremo a conoscere purtroppo sospinti proprio da quella umana stupidità).

“Cambiare musica” è una tipica espressione che segnala la necessità di cambiare scenario, non a caso il cambiamento è innescato dall’udito, da una colonna sonora che ci permette di intravvedere altri mondi possibili e magicamente l’esterno si accorda a un interno che ci corrisponde. Ricordi ancora il primo disco che hai ascoltato?

Si, perfettamente. Era un 78 giri che mio padre aveva portato dai suoi numerosi viaggi in Cina nel 1932. Era una pièce orchestrale giapponese che all’epoca era una esplicita manifestazione di propaganda di regime estremamente patriottica (da quello che ho poi scoperto negli anni) ma che ha avuto nel mio immaginario di due anni un effetto detonante tanto persistemte che ancora oggi mi ricordo quasi perfettamente la sua linea melodica, pur non avendo più avuto ormai da anni l’opportunità di ascoltarlo … (grazie – appunto – a quella tecnologia di cui sopra che, migliorando i propri standard, di fatto CANCELLA i precedenti relegando i prodotti passati ad inutili oggetti di memoria inservibili alla trasmissione generazionale culturale). Ricordo anche il primo ascolto più essenzialmente ludico, ma già abbastanza consapevole, del Peer Gynt di Edward Grieg avvenuto pochi anni dopo, così come alla stessa stregua uno dei primi 45 giri della Kama-Sutra che gracchiando dalla mia radio-giradischi Imperial raccontava di un’estate passata nella caotica città della dinamica (e lontana) america (“Summer in the city” di Lovin’ Spoonful). Ma forse io “cambiai musica” quando mio fratello maggiore (alla cui preziosa memoria dedico sempre ancora oggi ogni mio ascolto musicale) mi fece conoscere un modo “parallelo” di ascoltare la musica, di approcciarne il senso … anche di quella più apparentemente semplice e banale. Ho così incontrato Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan all’inizio del mio “nuovo itinerario” fino al messaggio essenziale che ho capito ascoltando – adolescente – l’”animale” Eric Burdon cantare (accompagnato da un gruppo chiamato “GUERRA”) “No, They can’t take away our music”. Per me fu quello il bivio da cui sono poi partito per la mia personale audio-esplorazione parallela.

Quale video hai scelto per noi e perché?

[Scena Stargate di 2001 Odissea nello spazio]

Perchè racchiude in un unico microuniverso audiovisivo di poco più di nove minuti il “passato”, il “presente”, un “futuro”, una “tecnologia” e la “primordialità essenziale”, la “paura” e lo “stupore o meraviglia” il tutto nella prospettiva di una sconosciuta ma percepita speranza. (e poi perchè mi ricorda un po’ Bootes!)

Grazie Alieno, non potevi fare scelta migliore, è stato un grande regalo averti a bordo qui con noi.

–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––

Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 2 ottobre, STAY TUNED…

Asini d’oro

Può ben dire la sua un leone, quando a dir la loro ci sono tanti asini in giro.

Demetrio: atto V, scena I, Sogno di una notte di mezza estate, Guglielmo Scuotilancia

Questi sono giorni di ricordi…e allora mi è venuta in mente una frase che citava sempre la mia padrona di casa inglese, Mrs Record, un cognome fantastico:

“You can lead a horse to water but you can’t make it drink” (puoi portare un cavallo all’acqua ma non puoi fargliela bere)…

Il classico sforzo inutile, con una variante in più: c’è la pretesa di sentirsi utili per qualcuno. Ed è evidente che è un atto compensatorio, si ama come si vorrebbe essere amati, su questo non ho dubbi.

Se invece ti ritrovi un cavallo testardo come un asino, un misto di fierezza e fragilità – che poi sono due facce della stessa medaglia – che non solo non ti ascolta, ma ti mette in un mare di guai, meglio lasciare perdere.

Nella fiction le cose vanno diversamente. Gli asini letterari sono quasi sempre ritratti come animali scherzosi che fanno ridere: l’Asino d’oro (chiamato così perché curiosissimo e intelligente e quindi prezioso come l’oro) o Metamorfosi di Apuleio, Sogno di una notte di mezza estate, dove il tessitore Bottom, letteralmente “fondo”, che dovrebbe interpretare la parte di Piramo innamorato di Tisbe, durante le prove dello spettacolo organizzato dalla compagnia degli artigiani, per colpa di un incantesimo del folletto Puck, il simpatico Robin Goodfellow, entra in scena con una testa d’asino*, gli amici scappano impauriti e lo lasciano da solo nel bosco. Bottom, che ancora non si è reso conto della sua metamorfosi, si mette a cantare, svegliando la Regina delle Fate, e qui si apre un mondo…

Una volta subita l’umiliazione di ritrovarsi degradati alla condizione bestiale, quando si è toccato il fondo, non si può che risalire. Nell’apparente involuzione c’è già un’evoluzione in atto pronta ad accoglierti, cambiare stato per riappropriarti di un’identità rinnovata. E allora anche l’abbandono forzato di un contesto che non ti appartiene più, assume una connotazione nuova, è stata legittima difesa, come nella fuga memorabile di Antoine Doinel, ne I Quattrocento Colpi – titolo che in italiano non ha molto senso, è una traduzione letterale di un’espressione francese che significa “fare il diavolo a quattro”, forse un po’ anni ’50 adesso ma che rende l’idea – che racconta l’infanzia di Truffaut, una vita di inferno a scuola, trattato come un asino, incompreso dai genitori ottusi, in un lampo di genio, fa l’unica cosa possibile, scappa verso il mare…

——————————————————————————————————————
* Per chi volesse rivedere la scena, segnalo su youtube una versione della commedia con Judi Dench nella parte di Titania, regina delle fate, che si innamora dell’asino-Bottom per un filtro d’amore…versione del 1968 di Peter Hall.

 

Asini d’oro

Può ben dire la sua un leone, quando a dir la loro ci sono tanti asini in giro.

Demetrio: atto V, scena I, Sogno di una notte di mezza estate, Guglielmo Scuotilancia

Questi sono giorni di ricordi…e allora mi è venuta in mente una frase che citava sempre la mia padrona di casa inglese, Mrs Record, un cognome fantastico:

“You can lead a horse to water but you can’t make it drink” (puoi portare un cavallo all’acqua ma non puoi fargliela bere)…

Il classico sforzo inutile, con una variante in più: c’è la pretesa di sentirsi utili per qualcuno. Ed è evidente che è un atto compensatorio, si ama come si vorrebbe essere amati, su questo non ho dubbi.

Se invece ti ritrovi un cavallo testardo come un asino, un misto di fierezza e fragilità – che poi sono due facce della stessa medaglia – che non solo non ti ascolta, ma ti mette in un mare di guai, meglio lasciare perdere.

Nella fiction le cose vanno diversamente. Gli asini letterari sono quasi sempre ritratti come animali scherzosi che fanno ridere: l’Asino d’oro (chiamato così perché curiosissimo e intelligente e quindi prezioso come l’oro) o Metamorfosi di Apuleio, Sogno di una notte di mezza estate, dove il tessitore Bottom, letteralmente “fondo”, che dovrebbe interpretare la parte di Piramo innamorato di Tisbe, durante le prove dello spettacolo organizzato dalla compagnia degli artigiani, per colpa di un incantesimo del folletto Puck, il simpatico Robin Goodfellow, entra in scena con una testa d’asino*, gli amici scappano impauriti e lo lasciano da solo nel bosco. Bottom, che ancora non si è reso conto della sua metamorfosi, si mette a cantare, svegliando la Regina delle Fate, e qui si apre un mondo…

Una volta subita l’umiliazione di ritrovarsi degradati alla condizione bestiale, quando si è toccato il fondo, non si può che risalire. Nell’apparente involuzione c’è già un’evoluzione in atto pronta ad accoglierti, cambiare stato per riappropriarti di un’identità rinnovata. E allora anche l’abbandono forzato di un contesto che non ti appartiene più, assume una connotazione nuova, è stata legittima difesa, come nella fuga memorabile di Antoine Doinel, ne I Quattrocento Colpi – titolo che in italiano non ha molto senso, è una traduzione letterale di un’espressione francese che significa “fare il diavolo a quattro”, forse un po’ anni ’50 adesso ma che rende l’idea – che racconta l’infanzia di Truffaut, una vita di inferno a scuola, trattato come un asino, incompreso dai genitori ottusi, in un lampo di genio, fa l’unica cosa possibile, scappa verso il mare…

——————————————————————————————————————
* Per chi volesse rivedere la scena, segnalo su youtube una versione della commedia con Judi Dench nella parte di Titania, regina delle fate, che si innamora dell’asino-Bottom per un filtro d’amore…versione del 1968 di Peter Hall.

 

Powered by WordPress.com.

Up ↑