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April 2013

Venezia #1: La Punta della Dogana

Guardando la laguna, lasciandosi la città alle spalle, La Punta della Dogana significativamente si trova al vertice di un triangolo di isola che divide i due principali canali di Venezia, a destra il Canale della Giudecca, a sinistra il Canal Grande. L’edificio è sormontato da una torretta con due Atlanti che reggono una sfera d’oro con un’esile statua, la Fortuna girevole con un segnavento. Passeggiando lungo le Zattere, se si percorre la Fondamenta fino in fondo, la strada finisce qui, ora con due attrazioni in più: il museo di arte contemporanea progettato da Tadao Ando, e la tanto vituperata statua del ragazzo nudo che tiene una rana per la zampa, che presto sarà rimossa per dare spazio a un passato che si rinnova, il ritorno del vecchio lampione ottocentesco che c’era un tempo. La statua bianca, alta due metri ideata da Charles Ray, un nome che se rovesciato ricorda inevitabilmente Ray Charles, The Genius, aveva una ragione d’essere, a testimonianza della natura anfibia di Venezia, perennemente sospesa tra terra e acqua. Il ragazzo ha gli occhi chiusi, sventola la rana come un trofeo, e i turisti lo fotografano con aria perplessa, ognuno con un’interpretazione diversa, l’opera finisce sempre per inglobare le idiosincrasie di chi la osserva.

Per me rimane un luogo ideale da cui ammirare le navi in transito, di solito verso mete esotiche, spesso con scritte greche dai nomi mitologici, alcune si spingono fino ad Alessandria d’Egitto. Ogni volta che le vedo passare, non posso fare a meno di pensare a una delle sette meraviglie del mondo, la biblioteca più vasta dell’antichità, fondata da Tolomeo su suggerimento di Aristotele con l’intento di catalogare tutto il sapere umano, una missione quasi impossibile che però riuscì nell’intento di radunare settecentomila papiri, tutti tradotti in greco. L’idea geniale di chiedere ai sovrani del mondo di inviare una copia delle opere che avevano a disposizione alla biblioteca fu del faraone Tolomeo II, che istituì anche il “fondo delle navi”, l’obbligo da parte di tutte le navi che facevano scalo ad Alessandria di lasciare i loro scritti originali alla biblioteca, e di tornare indietro con delle copie.

Gli scritti raccolti andarono in fumo in epoche storiche diverse, indipendentemente dal credo pagano, cristiano o islamico. Prima arrivò Giulio Cesare che distrusse una porzione consistente di papiri durante un assedio alle navi di Cleopatra, poi l’imperatore Aureliano due secoli dopo, e quando Alessandria divenne cristiana sotto il patriarca Teofilo, furono eliminati tutti i testi pagani, bruciati tutti i papiri di alchimia e magia. Il califfo Omar ebbe il triste merito di aver distrutto il resto della collezione due secoli dopo, motivato da una convinzione ancora più radicale, i papiri non servivano a nulla, così si decise per un rogo finale definitivo, e una delle sette meraviglie del mondo sparì per sempre.

Le navi proseguono le loro rotte verso il mare aperto, alla mia destra guardo il rimorchiatore Titanus procedere lento lungo il canale della Giudecca, uno stormo di piccioni mi sfiora la testa, mi passo veloce una mano sui capelli, lo sguardo fisso come una sfinge verso il bacino di San Marco.

 

 

 

 

 

 

 

Photo by Jess Loiterton on Pexels.com

Mutabilità, Frankenstein e altro

Da questa settimana, doppia programmazione, oltre al consueto post odierno, aggiungo un ulteriore appuntamento infrasettimanale, di mercoledì, il 10 Aprile verrà infatti pubblicato su Cartaresistente, un progetto creativo sul tema delle città raccontate, io racconterò Venezia, accompagnata dalle illustrazioni di Davide Lorenzon.

Oggi vi propongo “Mutability” di Percey Bysshe Shelley (1792-1822), poeta dalla vita breve ma intensa, sposato con Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, a sua volta figlia di una coppia illustre, Mary Wollstonecraft, la prima femminista liberale, e il filosofo anarchico William Godwin, e con un cognome così chi potrebbe metterlo in dubbio?

Frankenstein, sottotitolato Il Prometeo moderno, viene considerato il primo romanzo nero fantascientifico, ha notoriamente ispirato moltissimi cloni, il finale tra i ghiacci è davvero inverosimile, il Dottor Frankenstein per sbarazzarsi del mostro lo porta al Polo Nord dove sparisce tra le tenebre [1], ma visto che di fiction si trattava tanto valeva non mettere limiti all’immaginazione.

Un verso della “Mutabilità” di Shelley ricomparirà di nuovo in Frankenstein, quando Victor preoccupato dell’esito delle sue ricerche pronuncerà la frase rivelatrice, “one wand’ring thought pollutes the day”…tristemente consapevole della deriva della sua intenzione.

Ho preferito tradurre mutability con mutabilità e non con mutevolezza, proprio perché ne coglieva in pieno il senso, ossia la capacità di mutare.

Mutabilità

Siamo come nuvole che velano la luna di mezzanotte;

Come sfrecciano senza tregua, e splendono, e fremono,

Striando radiosamente l’oscurità! – eppure subito

La notte si chiude attorno, e si perdono per sempre:

O come lire dimenticate, le cui corde dissonanti

Danno risposte varie a ogni variare di colpo di vento,

All’esile struttura nessuna vibrazione nuova apporta

Un tono o una modulazione pari all’ultimo.

Riposiamo. – Un sogno ha il potere di avvelenare il sonno.

Ci alziamo. – Un pensiero errante che inquina il giorno.

Sentiamo, concepiamo o ragioniamo, ridiamo o piangiamo,

Accogliamo una grande pena, o allontaniamo le nostre angosce:

È tutto uguale! – Che sia gioia o dolore,

La via del suo commiato è sempre libera:

L’ieri dell’uomo non può essere come il suo domani,

Niente può durare se non la Mutabilità. [2]

Ho il sospetto che il nostro Lorenzo de’ Medici con il suo “del doman non v’è certezza” avesse tentato di superare lo scoglio della mutabilità con maggiore goliardia, mutatis mutandis…


[1] “Ma presto morirò, – gridò, con triste e solenne entusiasmo, – presto non soffrirò più quello che ora soffro. Presto queste angosce brucianti si placheranno. Salirò trionfalmente il mio rogo funebre, ed esulterò nello strazio delle fiamme che mi divoreranno. La luce di questo incendio svanirà, le mie ceneri saranno disperse in mare dai venti. Il mio spirito riposerà in pace, e, se pure penserà, sarà in modo diverso. Addio.” Così dicendo, balzò dal finestrino sulla lastra di ghiaccio che galleggiava accanto alla nave. In breve fu spinto lontano dalle onde, e si perdette fra le tenebre.” Cit. Frankenstein, traduzione di Bruno Tasso, Edizione Bur, 1990, p. 209.
[2] Qui il testo in inglese:

Mutability

We are as clouds that veil the midnight moon;

How restlessly they speed, and gleam, and quiver,


Streaking the darkness radiantly! ― yet soon


Night closes round, and they are lost for ever:


Or like forgotten lyres, whose dissonant strings


Give various response to each varying blast,


To whose frail frame no second motion brings


One mood or modulation like the last.



We rest. ― A dream has power to poison sleep;

We rise. ― One wandering thought pollutes the day;


We feel, conceive or reason, laugh or weep;


Embrace fond woe, or cast our cares away:



It is the same! ― For, be it joy or sorrow,


The path of its departure stili is free:


Man’s yesterday may ne’er be like his morrow;


Nought may endure but Mutability.

Mutabilità, Frankenstein e altro

Da questa settimana, doppia programmazione, oltre al consueto post odierno, aggiungo un ulteriore appuntamento infrasettimanale, di mercoledì, il 10 Aprile verrà infatti pubblicato su Cartaresistente, un progetto creativo sul tema delle città raccontate, io racconterò Venezia, accompagnata dalle illustrazioni di Davide Lorenzon.

Oggi vi propongo “Mutability” di Percey Bysshe Shelley (1792-1822), poeta dalla vita breve ma intensa, sposato con Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, a sua volta figlia di una coppia illustre, Mary Wollstonecraft, la prima femminista liberale, e il filosofo anarchico William Godwin, e con un cognome così chi potrebbe metterlo in dubbio?

Frankenstein, sottotitolato Il Prometeo moderno, viene considerato il primo romanzo nero fantascientifico, ha notoriamente ispirato moltissimi cloni, il finale tra i ghiacci è davvero inverosimile, il Dottor Frankenstein per sbarazzarsi del mostro lo porta al Polo Nord dove sparisce tra le tenebre [1], ma visto che di fiction si trattava tanto valeva non mettere limiti all’immaginazione.

Un verso della “Mutabilità” di Shelley ricomparirà di nuovo in Frankenstein, quando Victor preoccupato dell’esito delle sue ricerche pronuncerà la frase rivelatrice, “one wand’ring thought pollutes the day”…tristemente consapevole della deriva della sua intenzione.

Ho preferito tradurre mutability con mutabilità e non con mutevolezza, proprio perché ne coglieva in pieno il senso, ossia la capacità di mutare.

Mutabilità

Siamo come nuvole che velano la luna di mezzanotte;

Come sfrecciano senza tregua, e splendono, e fremono,

Striando radiosamente l’oscurità! – eppure subito

La notte si chiude attorno, e si perdono per sempre:

O come lire dimenticate, le cui corde dissonanti

Danno risposte varie a ogni variare di colpo di vento,

All’esile struttura nessuna vibrazione nuova apporta

Un tono o una modulazione pari all’ultimo.

Riposiamo. – Un sogno ha il potere di avvelenare il sonno.

Ci alziamo. – Un pensiero errante che inquina il giorno.

Sentiamo, concepiamo o ragioniamo, ridiamo o piangiamo,

Accogliamo una grande pena, o allontaniamo le nostre angosce:

È tutto uguale! – Che sia gioia o dolore,

La via del suo commiato è sempre libera:

L’ieri dell’uomo non può essere come il suo domani,

Niente può durare se non la Mutabilità. [2]

Ho il sospetto che il nostro Lorenzo de’ Medici con il suo “del doman non v’è certezza” avesse tentato di superare lo scoglio della mutabilità con maggiore goliardia, mutatis mutandis…


[1] “Ma presto morirò, – gridò, con triste e solenne entusiasmo, – presto non soffrirò più quello che ora soffro. Presto queste angosce brucianti si placheranno. Salirò trionfalmente il mio rogo funebre, ed esulterò nello strazio delle fiamme che mi divoreranno. La luce di questo incendio svanirà, le mie ceneri saranno disperse in mare dai venti. Il mio spirito riposerà in pace, e, se pure penserà, sarà in modo diverso. Addio.” Così dicendo, balzò dal finestrino sulla lastra di ghiaccio che galleggiava accanto alla nave. In breve fu spinto lontano dalle onde, e si perdette fra le tenebre.” Cit. Frankenstein, traduzione di Bruno Tasso, Edizione Bur, 1990, p. 209.
[2] Qui il testo in inglese:

Mutability

We are as clouds that veil the midnight moon;

How restlessly they speed, and gleam, and quiver,


Streaking the darkness radiantly! ― yet soon


Night closes round, and they are lost for ever:


Or like forgotten lyres, whose dissonant strings


Give various response to each varying blast,


To whose frail frame no second motion brings


One mood or modulation like the last.



We rest. ― A dream has power to poison sleep;

We rise. ― One wandering thought pollutes the day;


We feel, conceive or reason, laugh or weep;


Embrace fond woe, or cast our cares away:



It is the same! ― For, be it joy or sorrow,


The path of its departure stili is free:


Man’s yesterday may ne’er be like his morrow;


Nought may endure but Mutability.

Anadiplosi

English: Dante Alighieri's portrait by Sandro ...

Forse è colpa dell’abbacchio, che ho digerito circa alle undici di ieri sera, cercando di dimenticarlo con la zuppa inglese, stamattina mi sono svegliata con questa parola in testa, pronunciata però alla Walter Chiari quando faceva Vieni avanti cretino, scandita con enfasi incredula.

Ana che?

Ana-di-plo-si…

Invece è una delle figure retoriche più usate, dal greco anadiplosis, da anadiplóõ, “io raddoppio”, ossia la ripetizione di una o più parole di un enunciato precedente all’inizio del successivo.

Il problema nei dizionari sono gli esempi, il mio, lo Zingarelli, questa volta mi sorprende con Dante, da cui si impara sempre qualcosa:

luce intellettual, piena d’amore;

amor di vero ben, pien di letizia;

letizia che trascende ogni dolzore

(Paradiso, XXX, 40-42)

“Dolzore”, non è proprio il massimo, però Dante è un intoccabile, e poi doveva fare rima con amore. E tutte le “Letizie” che ho conosciuto erano delle iene, ma non vorrei aprire un discorso sui nomi propri sennò vado fuori tema.

Pensando a un esempio concreto da addurre, un verbo da dizionari, l’anadiplosi è comunissima nelle incazzature:

Eh basta con tutte ‘ste palle, sei uno stronzo!

Stronzo io? Ma tu sei fuori!

Fuori sei tu, stronzo!

E qui si sfiora inconsapevolmente anche il chiasmo, l’incrocio simmetrico di parole. Meglio farsi illuminare dalla luce di Sandro Penna:

Le porte del mondo non sanno

che fuori la pioggia le cerca.

Le cerca. Le cerca. Paziente

si perde, ritorna. La luce

non sa della pioggia. La pioggia

non sa della luce. Le porte,

le porte del mondo son chiuse:

serrate alla pioggia,

serrate alla luce.

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