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March 2013

Maniacs

I call you back, you call me back

I call you back, you call me back

Niente è più reale del niente

Samuel Beckett

A volte rimpiango i tempi del telefono grigio, quello della SIP, ci si vedeva ugualmente e si raccontavano meno bugie, almeno a me sembra, o forse perché ero una ragazzina, poco consapevole di me stessa, figurarsi delle intenzioni degli altri. Comunque se non rispondevi, non c’erano drammi, ti richiamavano, adesso ti bombardano di messaggi fino allo sfinimento. Grazie a Faccialibro e al magico mondo di internet sono in contatto giornaliero con potenziali nuovi “amici” virtuali.

Tutte le volte che ho la malaugurata idea di intervenire in qualche discussione su qualsiasi argomento, me ne pento amaramente. Arrivano sempre in gruppi di tre, frecciatine micidiali con aggiunta di emoticon ammiccante in coda di frase che dovrebbe smorzare i toni del discorso, e ottiene l’effetto contrario.

E guai a prendersela, è un gioco no ;-)?

Invece la prima regola di qualsiasi gioco, è che per essere considerato tale, deve avere almeno una regola, uno straccio di regola rispettata da tutti i giocatori. Anche quando si gioca si fa sul serio, che poi è l’aspetto più affascinante di qualsiasi interazione ludica, si fa finta che…con convinzione.

Se poi si passa dal ping-pong del flusso continuo di messaggi al dialogo “live”, il vero punto di svolta, è la sorpresa della voce, chi immaginavi avere una voce profonda, si esprime con un tono mellifluo da puffetto, non sempre, ma capita anche questo.

Gli esperti di tecnologia, quelli che per tentare di avvicinarsi, fingono un reale interesse per il tuo lavoro, sono invece i più tenaci, poche idee, ma applicabili a chiunque, seguite da dati alla mano, statistiche, numeri e percentuali, poi arrivano finalmente al punto: “come promuovi il tuo blog?”

E qui toccano un tasto delicato, perché io ormai tratto il mio blog come un figlio, e rispondo con apprensione materna.

“Con il solito metodo, la condivisione su twitter, fb, linkedin, etc.”

“E quante volte scusa?”

“Una volta a settimana, ogni volta che metto un post nuovo.”

“Ahahahah – o meglio l’equivalente dell’emoticon geometrico (^_^) – ma non funziona così, bisogna ripetere la programmazione varie volte. Usi Vine?”

“Non lo faccio mai con lo stesso post, mi sembra eccessivo. No, so a malapena mettere un video su youtube.”

“Macché eccessivo, bisogna insistere, insistere, insistere. E poi scusa dovresti raggiungere il target di 5000 amici, avere molti più seguaci – parola che mi fa orrore perché mi ricorda le sette – allora funziona, sennò chi ti legge? E la tua community?”

“Non ce l’ho…ho dei lettori, dei commentatori misurati, ricercatori curiosi, qualche voyeur, una manciata di controllori e i miei preferiti, quelli che ti trovano casualmente per un dirottamento del motore di ricerca, cercano la storia di un unicorno e finiscono per leggere le ricette dei pirati.”

“Devi lavorare di più sulla tua reach-ability.”

E allora sai c’è? Continuo a seguire il buon metodo random che funziona sempre, teleguidata dall’istinto, come dice la saggia Memnet, aka Tina Lattanzi, “ne ho abbastanza delle vostre ciarle”, battuta che vale il kolossal biblico di Cecil B. De Mille, doppiato in un italiano talmente antico da fare tenerezza.

Altri trifogli

Questo lunedì di Marzo che sembra autunno, almeno qui in Veneto, voglio ricordare un poeta irlandese, Patrick Kavanagh (1904-1967), nato a Inniskeen, County Monaghan –  in Irlanda ogni volta che si presentano, annunciano il nome della contea, e quindi rispetto la tradizione – in una famiglia numerosa di contadini, in una terra che però ha visto nascere i più grandi scrittori e sperimentatori del linguaggio in lingua inglese, ricca di miti, storia, letteratura, elfi, folletti, e leprechauns, gnomi sui generis. E visto che ieri è stato pure San Patrizio, patrono di Irlanda, festeggiato ogni anno con fiumi di Guinness, e trifogli dipinti sulla guancia, la memoria torna indietro ai paesaggi infuocati dell’anima, alla metafisica rurale.

“Ploughman” è tratta dalla sua prima raccolta di poesie, Ploughman and other poems, del 1936, ma qui entriamo in un tunnel a-temporale.

Aratore

 

In questi campetti

Ho conosciuto il piacere

Di rinascere ogni mattino

E di morire ogni sera.

 

E posso dire

Che nascita e morte

Non sono così crudeli

Come dice il Predicatore.

 

Ma quando la vita è solo un giorno

Grembo e tomba

Congiungono le labbra con tenerezza

Come sposo e sposa.

 

E quando è la vita di un aratore

Come sono io ora

L’età è un solco

E il Tempo un aratro,

 

E l’infinito un campo

Che non può andare oltre

Il canale di scolo

O attraversare il fossato.[1]

Film sull’epica del campo, come in una tragedia greca, The Field, di John Sheridan, 1990.


[1] Qui l’originale in inglese:

Ploughman

In these small fields


I have known the delight


Of being reborn each morning


And dying each night.


 

And I can tell


That birth and death


Are nothing so fierce


As the Preacher saith.





But when a life’s but a day


The womb and tomb


Press lips in fondness

Like bride and groom.



 

And when a man’s a ploughman


As I am now


An age is a furrow

And Time a plough,


 

And Infinity a field


That cannot stretch


Over the drain


Or through the ditch.

E li chiamano idilli

Frontispiece and title page from volume II of ...

Guardati dalla furia di un uomo tranquillo

John Dryden

A parte: Non capisco perché wordpress ha fatto sparire i commenti dalla bacheca, ora ogni volta che tento di leggerli vengo dirottata su “my activities” in una sorta di elenco onanista con la lista di tutti i commenti che ho fatto negli altri blog, di nessuna utilità se non posso leggere le risposte degli altri…

Inizio il soliloquio di questa settimana con una risata di John Dryden (1631-1700), poeta della Restaurazione inglese, in realtà quasi un idillio(1), una fuga rurale del poeta in compagnia della bella Silvia e del pastore Aminta, amorevolmente omessa dalle antologie letterarie.

1

Calma era la sera, e chiaro era il cielo

E nuovi germogli di fiori sbocciavano

Quando tutti soli Aminta e io andammo

A sentire cantare il dolce usignolo;

Mi sedetti, e lo posò vicino a me;

Riusciva a malapena a trattenere il respiro;

Poiché quando con timore, cominciò ad avvicinarsi,

Fu distrutto da un Ah ah ah ah!

2

Arrossì a se stesso, e stette fermo per un po’

Poi il suo pudore frenò il suo desiderio;

E subito piegai il suo timore con un sorriso,

Che aggiunse nuove fiamme al suo fuoco,

O Silvia, disse lui, sei crudele,

A tenere in ansia il tuo amore,

Poi ancora una volta affondò la sua mano nel mio petto,

Ma fu distrutto da un Ah ah ah ah!

3

Sapevo che la passione era la causa del suo timore,

E perciò ebbi pietà del suo caso:

Gli sospirai piano, che non c’era nessuno vicino,

E avvicinai la mia guancia al suo viso:

E quando cominciò a essere sempre più audace,

Un pastore si avvicinò e ci vide,

E come la gioia perfetta era iniziata con un bacio,

Esclamò forte Ahahahah!

Tutt’altra dimensione nella favola boschereccia del nostro Torquato Tasso, l’Aminta, rappresentata per la prima volta dalla Compagnia dei Gelosi nel 1573, diretta dall’autore stesso, dove Silvia sembra avere le idee chiarissime:

Faccia Aminta di sé e dei suoi amori

Quel che a lui piace: a me nulla ne cale;

e, pur che non sia mio, sia di chi vuole;

ma essere non può mio s’io lui non voglio,

né, s’anco egli mio fosse, io sarei sua.(2)

L’amica Dafne però convincerebbe anche un sasso:

Odi quell’usignuol

che va di ramo in ramo

cantando Io amo, io amo; e, se no ‘l sai,

la biscia lascia il suo veleno e corre

cupida al suo amatore;

van le tigri in amore;

ama il leon superbo, e tu sol, fiera

più che tutte le fere,

albergo gli dinieghi nel tuo petto.

Ma che dico leoni e tigri e serpi,

che pur han sentimento? amano ancora 

gli alberi…(3)

 

Silvia continua a negare, ma qualche verso dopo si capisce che il discorso le è piaciuto, la meta è ancora lontana, l’ironia svela un nuovo scenario, l’impossibile potrebbe essere plausibile:

 

Or su, quando i sospiri

udirò de le piante,

io sono contenta allor d’essere amante.(4)

E come dice Tasso “nel mondo mutabile e leggero, costanza è spesso il variar pensiero.”

 

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(1) Per chi fosse interessato alla versione in inglese dei versi di John Dryden, ecco il testo:

1

Calm was the even, and clear was the sky,

And the new budding flowers did spring,

When all alone went Amyntas and I

To hear the sweet nightingale sing;

I sate, and he laid him down by me;

But scarcely his breath he could draw;

For when with a fear, he began to draw near,

He was dash’d with A ha ha ha ha!

2

He blush’d to himself, and lay still for a while,

And his modesty curb’d his desire;

But straight I convinc’d all his fear with a smile,

Which added new flames to his fire.

O Silvia, said he, you are cruel,

To keep your poor lover in awe;

Then once more he press’d with his hand to my breast,

But was dash’d with A ha ha ha ha!

3

I knew ’twas his passion that caus’d all his fear;

And therefore I pitied his case:

I whisper’d him softly, there’s nobody near,

And laid my cheek close to his face:

But as he grew bolder and bolder,

A shepherd came by us and saw;

And just as our bliss we began with a kiss,

He laugh’d out with A ha ha ha ha!

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(2) Aminta, Torquato Tasso, 1573, Atto I, scena I, vv. 101-105.

(3) Ibidem, vv. 140-151.

(4) Ibidem, vv. 167-169.

Paralipomeni

Leopardi (Recanati)
Leopardi (Recanati)

Grilli, insetti, topi, rane, vermi, muta-forme, figure indefinibili e sfuggenti, siamo circondati. Giacomo Leopardi, già a suo tempo, si era interrogato su come fosse andata a finire la battaglia tra topi e rane, un poemetto satirico attribuito erroneamente a Omero sul contrasto tra popolazioni marinare e agricole che aveva tradotto tre volte dal greco, la Batracomiomachia, quasi uno scioglilingua. Repetita iuvant.

I suoi paralipomeni sono appunto un’aggiunta che diventa riflessione, digressione allegorica sui moti rivoluzionari del 1820-1821, che aveva appoggiato, tra un dolcetto e l’altro – morì per un’indigestione di confetti, pare un chilo.

Otto canti, quarantasei ottave che tentano di completare la storia incompiuta ma terminano con un’ammissione di inadeguatezza, ma vòto ritornommi il pensiero. E del resto come dargli torto?

Perché, se ben le pergamene

Dietro le quali ho fino a qui condotta

La storia mia qui mancano, e se bene

Per tal modo la via m’era interrotta,

La leggenda che in quella si contiene

Altrove in qual si fosse lingua dotta

Sperai compiuta ritrovar: ma vòto

Ritornommi il pensiero e contro il voto.

Questa in lingua sanscrita e tibetana

Indostanica, pahli e giapponese,

Arabica, rabbinica, persiana,

Etiopica, tartara e cinese,

Siriaca, caldaica, egiziana,

Mesogotica, sassone e gallese,

Finnica, serviana e dalmatina,

Valacca, provenzal, greca e latina,

Celata in molte biblioteche e molte

Di levante si trova e di ponente,

Che vidi io stesso o che per me rivolte

fur da più d’un amico intelligente.

Ma di tali scritture ivi sepolte

Nessuna al caso mio valse niente,

Che non v’ha testo alcun della leggenda

Ove più che nel nostro ella si stenda.

Però con gran dolor son qui costretto

Troncando abbandonar l’istoria mia,

Tutti mancando in fin, siccome ho detto,

I testi, qual che la cagion si sia:

Come viaggiator, cui per difetto

Di cavalli o di rote all’osteria

Restar sia forza, o qual nocchiero intento

Al corso suo, cui venga meno il vento.

Voi, leggitori miei, l’involontario

Mancamento imputar non mi dovete.

Se mai perfetto in qualche leggendario

Troverò quel che in parte inteso avete,

Al narrato dinanzi un corollario

Aggiungerò, se ancor legger vorrete.

Paghi del buon desio restate intanto,

E finiscasi qui l’ottavo canto.[1]


[1] Paralipomeni alla Batracomiomachia, Giacomo Leopardi, Canto VIII, 42-46, edizione di riferimento a cura di Carlo Muscetta e Giuseppe Savoca, Einaudi, Torino, 1968.

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