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September 2012

La libreria di Don Chisciotte

English: Title Page of the First Edition of Mi...

Quando Don Chisciotte decide di partire all’avventura come cavaliere errante ha circa cinquant’anni, mortalmente annoiato dall’ambiente in cui vive, si rifugia spesso nella lettura. Bisognoso di nuova linfa, si inventa un altro mondo, si dà un titolo, nomina il suo cavallo “Ronzinante” per dargli un’aria più maestosa e inizia una seconda vita.

Alla prima uscita finisce per prendere un sacco di bastonate, viene trovato a terra dal contadino del paese e riportato a casa. Ormai è già entrato nel suo nuovo personaggio, parla una lingua che né la governante, né il curato e il barbiere che gli prestano i primi soccorsi riescono a capire; dall’inizio le versioni dei fatti non coincidono, da un lato il resoconto crudo del contadino, dall’altro, il racconto leggendario di Don Chisciotte di un incontro-scontro con dieci giganti. Nessuno lo prende sul serio, la governante lo mette subito a letto preoccupata che abbia perso la ragione, mentre il curato coadiuvato dal barbiere si mettono a perlustrare la sua libreria. Sono convinti che a ridurlo in quello stato siano stati i troppi libri letti. Cominciano a esaminare con cura i volumi nello studio con l’intento di fare un bel falò ed eliminare secondo loro il problema. Secondo una loro convinzione malsana, se Don Chisciotte smette di leggere, smette di inseguire chimere e tutto torna come prima.

La libreria invece è un’autentica sorpresa, Don Chiosciotte è un vero esperto di letteratura cavalleresca, più di cento libri sul tema, tra cui primeggiano le edizioni italiane dei poemi del Boiardo e dell’Ariosto, che nessuno dei due è in grado di capire, ma che fortunatamente vengono risparmiate.

Il curato, per quanto ottuso, ha una predilezione per i romanzi pastorali, la Diana di Montemayor di Alonso Pérez, I dieci libri della fortuna e dell’amore di Alghero Antonio de Lofraso[1]. Il barbiere, invece, salva i libri di poesie, il canzoniere di Lopez Maldonado, un libro dell’amico Cervantes, La Galatea[2] – un’autoritratto-cameo dell’autore nel testo – descritto come uno spiantato “più versato in disgrazie che in versi”, e soltanto altri tre scrittori spagnoli, che considera come massimi esempi del verso eroico: Don Alfonso d’Ercilia, Giovanni Rufo e Cristoforo di Virués.

Circondato da una mole impressionante di lavoro, il curato si rende conto che il compito è più impegnativo di quanto previsto, per cui cambia all’improvviso strategia, costantemente interrotto dai commenti del barbiere, che tanto ignorante non è, dà ordine di bruciare il resto dei libri a occhi chiusi, senza perdere ulteriore tempo, lanciandoli direttamente dalla finestra.

A questo punto piange davvero il cuore, ma c’è un finale insperato, anche il curato ha un lato sentimentale, quando vede che il barbiere tiene in mano una copia de Le Lacrime d’Angelica [3], titolo che significa ben poco per un lettore contemporaneo, ma che all’epoca era noto per essere la continuazione del nostro Orlando Furioso, si lancia in una difesa incondizionata: “Ah! sarei io che le piangerei – disse il curato sentendo il titolo – se avessi fatto bruciare un tal libro; perché il suo autore fu uno dei più famosi poeti non solo della Spagna ma del mondo, e fu felicissimo nelle traduzioni di alcuni miti di Ovidio.”[4]

Grazie ad Angelica per qualche secondo dimentichiamo l’ingiustizia del rogo, proprio come sosteneva Ovidio “possiamo imparare persino dai nostri nemici”.


[1] Il nome di Dulcinea pare che sia stato ispirato da questo romanzo, i due pastori si chiamano Dulcineo e Dulcina, Barcellona 1573.

[2] Il primo volume di un romanzo pastorale che venne pubblicato nel 1586, diviso in due parti, la seconda non vide mai la luce.

[3] Opera di Luis Barahona de Soto, Granada 1586.

[4] Capitolo VI, pp. 62-63, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Ferdinando Carlisi, Meridiani Mondadori, Maggio 2001.

La libreria di Don Chisciotte

English: Title Page of the First Edition of Mi...

Quando Don Chisciotte decide di partire all’avventura come cavaliere errante ha circa cinquant’anni, mortalmente annoiato dall’ambiente in cui vive, si rifugia spesso nella lettura. Bisognoso di nuova linfa, si inventa un altro mondo, si dà un titolo, nomina il suo cavallo “Ronzinante” per dargli un’aria più maestosa e inizia una seconda vita.

Alla prima uscita finisce per prendere un sacco di bastonate, viene trovato a terra dal contadino del paese e riportato a casa. Ormai è già entrato nel suo nuovo personaggio, parla una lingua che né la governante, né il curato e il barbiere che gli prestano i primi soccorsi riescono a capire; dall’inizio le versioni dei fatti non coincidono, da un lato il resoconto crudo del contadino, dall’altro, il racconto leggendario di Don Chisciotte di un incontro-scontro con dieci giganti. Nessuno lo prende sul serio, la governante lo mette subito a letto preoccupata che abbia perso la ragione, mentre il curato coadiuvato dal barbiere si mettono a perlustrare la sua libreria. Sono convinti che a ridurlo in quello stato siano stati i troppi libri letti. Cominciano a esaminare con cura i volumi nello studio con l’intento di fare un bel falò ed eliminare secondo loro il problema. Secondo una loro convinzione malsana, se Don Chisciotte smette di leggere, smette di inseguire chimere e tutto torna come prima.

La libreria invece è un’autentica sorpresa, Don Chiosciotte è un vero esperto di letteratura cavalleresca, più di cento libri sul tema, tra cui primeggiano le edizioni italiane dei poemi del Boiardo e dell’Ariosto, che nessuno dei due è in grado di capire, ma che fortunatamente vengono risparmiate.

Il curato, per quanto ottuso, ha una predilezione per i romanzi pastorali, la Diana di Montemayor di Alonso Pérez, I dieci libri della fortuna e dell’amore di Alghero Antonio de Lofraso[1]. Il barbiere, invece, salva i libri di poesie, il canzoniere di Lopez Maldonado, un libro dell’amico Cervantes, La Galatea[2] – un’autoritratto-cameo dell’autore nel testo – descritto come uno spiantato “più versato in disgrazie che in versi”, e soltanto altri tre scrittori spagnoli, che considera come massimi esempi del verso eroico: Don Alfonso d’Ercilia, Giovanni Rufo e Cristoforo di Virués.

Circondato da una mole impressionante di lavoro, il curato si rende conto che il compito è più impegnativo di quanto previsto, per cui cambia all’improvviso strategia, costantemente interrotto dai commenti del barbiere, che tanto ignorante non è, dà ordine di bruciare il resto dei libri a occhi chiusi, senza perdere ulteriore tempo, lanciandoli direttamente dalla finestra.

A questo punto piange davvero il cuore, ma c’è un finale insperato, anche il curato ha un lato sentimentale, quando vede che il barbiere tiene in mano una copia de Le Lacrime d’Angelica [3], titolo che significa ben poco per un lettore contemporaneo, ma che all’epoca era noto per essere la continuazione del nostro Orlando Furioso, si lancia in una difesa incondizionata: “Ah! sarei io che le piangerei – disse il curato sentendo il titolo – se avessi fatto bruciare un tal libro; perché il suo autore fu uno dei più famosi poeti non solo della Spagna ma del mondo, e fu felicissimo nelle traduzioni di alcuni miti di Ovidio.”[4]

Grazie ad Angelica per qualche secondo dimentichiamo l’ingiustizia del rogo, proprio come sosteneva Ovidio “possiamo imparare persino dai nostri nemici”.


[1] Il nome di Dulcinea pare che sia stato ispirato da questo romanzo, i due pastori si chiamano Dulcineo e Dulcina, Barcellona 1573.

[2] Il primo volume di un romanzo pastorale che venne pubblicato nel 1586, diviso in due parti, la seconda non vide mai la luce.

[3] Opera di Luis Barahona de Soto, Granada 1586.

[4] Capitolo VI, pp. 62-63, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Ferdinando Carlisi, Meridiani Mondadori, Maggio 2001.

Circoli tortuosi

English: Walt_Whitman_1940_Issue-5c.jpg Catego...

Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini.

Walt Whitman

Ieri mi sono messa a leggere alcuni blog letterari, i soliti noti. La cosa che mi ha colpito di più sono stati i commenti dei lettori-autori ai post degli autori, di solito acidi se non stizzosi. Il leitmotiv era sempre lo stesso, “la tua non è letteratura, non sei un bravo scrittore” o nei casi più fortunati, una critica alla sintassi, evidenziata da una frase colpevole di non avere una virgola, un palese refuso, che veniva isolata nello spazio bianco della casella del commento, accompagnata dalla domanda retorica “ma qui cosa intendevi? Era questo quello che volevi scrivere?” – Ovvio che no, è un errore di battitura, non lo vedi?

La cosa più grave, è che alla fine, il malcapitato di turno finiva sempre per soccombere, sbranato dal gruppo, o semplicemente demotivato da un confronto meschino lasciava correre con un laconico “Questo è quello che so fare”, fine del racconto.

Piccoli mondi antichi dove emergono da subito dinamiche di rivalsa o superiorità presunta, chi appoggia l’amico perché ha fatto la recensione dell’amico e forse pubblicherà la sua – il clan nel clan – chi lecca palesemente il culo, chi lo fa con classe, chi invece l’ha già leccato e ormai si sente al riparo da qualsiasi attacco, “il mio posto l’ho conquistato a caro prezzo, quindi non osate nemmeno contraddirmi, adesso faccio come dico io.”

Per chi è più temerario e decide di partecipare a qualche convegno letterario, prima o poi, avrà il piacere di sentire la fatidica frase: “io faccio letteratura”. Ah sì? E come? Ti chiedi in silenzio. Se solo colgono un’espressione di incredulità, sgranano gli occhi inorriditi dal fatto che tu abbia osato metterlo in dubbio. Basta distrarli con domande sul loro ultimo romanzo, e allora immediatamente si illuminano, grati di essere ancora una volta al centro dell’attenzione, capisci che l’unica cosa che ti viene richiesta è ascoltarli, possibilmente dandogli ragione. A volte, sette ore di monologo sono un po’ troppe anche per chi ci mette tutta la buona volontà, finisci per annuire in silenzio con una smorfia sul viso sempre più rassegnata mentre con la mente sei già a casa in pantofole, felice di non fare parte di nessun clan.

Ho sempre ammirato invece lo spirito di gruppo degli Indiani d’America, sempre tifato per loro nei western, destinati a perdere clamorosamente in battaglie impari tra frecce avvelenate e colpi micidiali di fucile, pronti a difendere la loro tribù fino alla morte, autori di frasi talmente sagge che i visi pallidi dovevano farsele ripetere almeno due volte per capirle, poi alla fine li massacravano lo stesso, ma non avresti dimenticato mai più lo sguardo fiero di Vento nei Capelli.

“La rana non si ingozza mai di tutta l’acqua dello stagno in cui vive”, mi ricorda un vecchio proverbio Sioux. Per un attimo mi sento invasa da un nuovo proposito, è arrivato il momento di mettere in pratica la temperanza, termine che ho solo usato in qualche versione dal latino, poi guardo la periferia devastata, un paesaggio urbano assolutamente desolato, e inevitabilmente riaffiora una strana nostalgia.

Circoli tortuosi

English: Walt_Whitman_1940_Issue-5c.jpg Catego...

Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini.

Walt Whitman

Ieri mi sono messa a leggere alcuni blog letterari, i soliti noti. La cosa che mi ha colpito di più sono stati i commenti dei lettori-autori ai post degli autori, di solito acidi se non stizzosi. Il leitmotiv era sempre lo stesso, “la tua non è letteratura, non sei un bravo scrittore” o nei casi più fortunati, una critica alla sintassi, evidenziata da una frase colpevole di non avere una virgola, un palese refuso, che veniva isolata nello spazio bianco della casella del commento, accompagnata dalla domanda retorica “ma qui cosa intendevi? Era questo quello che volevi scrivere?” – Ovvio che no, è un errore di battitura, non lo vedi?

La cosa più grave, è che alla fine, il malcapitato di turno finiva sempre per soccombere, sbranato dal gruppo, o semplicemente demotivato da un confronto meschino lasciava correre con un laconico “Questo è quello che so fare”, fine del racconto.

Piccoli mondi antichi dove emergono da subito dinamiche di rivalsa o superiorità presunta, chi appoggia l’amico perché ha fatto la recensione dell’amico e forse pubblicherà la sua – il clan nel clan – chi lecca palesemente il culo, chi lo fa con classe, chi invece l’ha già leccato e ormai si sente al riparo da qualsiasi attacco, “il mio posto l’ho conquistato a caro prezzo, quindi non osate nemmeno contraddirmi, adesso faccio come dico io.”

Per chi è più temerario e decide di partecipare a qualche convegno letterario, prima o poi, avrà il piacere di sentire la fatidica frase: “io faccio letteratura”. Ah sì? E come? Ti chiedi in silenzio. Se solo colgono un’espressione di incredulità, sgranano gli occhi inorriditi dal fatto che tu abbia osato metterlo in dubbio. Basta distrarli con domande sul loro ultimo romanzo, e allora immediatamente si illuminano, grati di essere ancora una volta al centro dell’attenzione, capisci che l’unica cosa che ti viene richiesta è ascoltarli, possibilmente dandogli ragione. A volte, sette ore di monologo sono un po’ troppe anche per chi ci mette tutta la buona volontà, finisci per annuire in silenzio con una smorfia sul viso sempre più rassegnata mentre con la mente sei già a casa in pantofole, felice di non fare parte di nessun clan.

Ho sempre ammirato invece lo spirito di gruppo degli Indiani d’America, sempre tifato per loro nei western, destinati a perdere clamorosamente in battaglie impari tra frecce avvelenate e colpi micidiali di fucile, pronti a difendere la loro tribù fino alla morte, autori di frasi talmente sagge che i visi pallidi dovevano farsele ripetere almeno due volte per capirle, poi alla fine li massacravano lo stesso, ma non avresti dimenticato mai più lo sguardo fiero di Vento nei Capelli.

“La rana non si ingozza mai di tutta l’acqua dello stagno in cui vive”, mi ricorda un vecchio proverbio Sioux. Per un attimo mi sento invasa da un nuovo proposito, è arrivato il momento di mettere in pratica la temperanza, termine che ho solo usato in qualche versione dal latino, poi guardo la periferia devastata, un paesaggio urbano assolutamente desolato, e inevitabilmente riaffiora una strana nostalgia.

Che fine ha fatto Carneade?

Carneades Cyrenævs

 

“Carneade! Chi era costui? – ruminava tra sé Don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo[1] aperto davanti quando Perpetua entrò a portargli l’ambasciata. – Carneade! questo nome mi pare bene di averlo letto o sentito; doveva essere un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli, ma chi diavolo era costui?”

Una domanda che più o meno hanno posto a tutti, se non altro a scuola dove si era obbligati a rispondere in modo automatico con “il filosofo di Cirene noto per la sua straordinaria abilità retorica”[2] – punto. Non occorreva aggiungere altro, bastava quello, come se quelle poche parole ci elevassero a un gradino superiore rispetto alla tanto vituperata ignoranza di Don Abbondio, il prete vigliacco per antonomasia, incapace di prendere una decisione, perseguitato dalle minacce dei Bravi, cattivi come il male. Da allora l’abbinamento è stato immortalato in un classico della letteratura italiana, uno stoico destinato a cadere nel dimenticatoio e che puntualmente riaffiora quando si nomina Don Abbondio, in un incrocio perfetto come in un cruciverba.

Sono andata a riguardare una vecchia antologia di filosofia, e la pagina intonsa dedicata a Carneade con nessuna riga sottolineata, ha riconfermato quello che già sospettavo, saltato a piè pari, nemmeno letto, nemmeno invogliata dal titolo del capitolo: “Gli sviluppi dello scetticismo accademico con Carneade.”

A quel punto meritava un po’ di attenzione. Attivo nell’Accademia, non ha lasciato nulla di scritto, il suo pensiero ci è stato tramandato da Cicerone, che ne osannava la sapienza, “Carneades tibi sapiens non videtur?” (Non ti pare che sia sapiente Carneade?) e da Sesto Empirico, filosofo greco antico scettico.

Di che sapienza si tratta? Liquidato in pochi paragrafi, viene presentato come l’autore della celebre dottrina del probabile che si snoda in tre assunti fondamentali:

1) La rappresentazione rispetto all’oggetto è vera o falsa, rispetto al soggetto appare vera oppure falsa. Dato che il vero oggettivo non può essere compreso dall’uomo, bisogna attenersi a ciò che appare vero, il probabile, la “rappresentazione persuasiva semplice.”

2) Dal momento che le rappresentazioni sono collegate tra loro, è più credibile quel tipo di rappresentazione che non viene contraddetta da nessuna contraria, e si ha un tipo di “rappresentazione persuasiva e non contraddetta” che ha un grado maggiore di probabilità.

3) Il livello più alto è invece la “rappresentazione persuasiva non contraddetta ed esaminata da ogni parte”, ossia si aggiunge la garanzia di un metodico esame di tutte le rappresentazioni connesse.

L’unica certezza in Carneade è che non esiste un criterio assoluto di verità, esiste il criterio stabilito da ciò che è probabile.

La svolta arriverà con l’eclettismo, che in greco significa “scegliere e unire”, promosso da Filone di Larissa che ebbe tra i suoi discepoli proprio Cicerone. Filone cercò di superare la contraddizione evidenziata dal discepolo Antioco nella dottrina di Carneade: prima aveva ammesso che esistevano rappresentazioni false che non davano luogo a nessuna certezza, secondo aveva sostenuto che non c’erano rappresentazioni vere che si distinguevano perfettamente da quelle false e che quindi non potevano essere definite certe o non certe. Secondo Antioco le due posizioni si annullavano, se si ammetteva la prima, cadeva la seconda e viceversa. Filone cercò di mediare con una sfumatura in più, sostenendo che non c’erano certezze, ma solo apparenze che ci davano la probabilità. Non pervenivamo alla percezione del vero oggettivo ma potevamo pervenire solo con l’evidenza del probabile. Antioco non ne fu convinto e cambiò rotta.

Personalmente in caso di dubbio continuo a seguire una regola fondamentale appresa dal grande maestro Sherlock Holmes, “conoscete il mio metodo, un sistema fondato sull’osservazione di piccole cose.”


[1] La dottrina di San Carlo Borromeo spiegata da Vincenzo Tasca veneziano, nota all’edizione de I Promessi Sposi, capitolo VIII, pag. 180, Ceschina Editore, Milano 1963.

[2] Nato a Cirene nel 219 a.C. e morto nel 129 a.C. – (un longevo novantenne).

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