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April 2012

H. P. Lovecraft e la quarta dimensione

Si dice che a Ulthar, oltre il fiume Skai, non si possono uccidere i gatti, e mentre guardo la bestiola accoccolata a far le fusa davanti al caminetto, non ho nessun motivo per dubitarne. Enigmatico, il gatto è affine a quelle strane cose che l’uomo non può vedere. È lo spirito dell’antico Egitto, depositario dei racconti a noi giunti dalle città dimenticate delle terre di Meroe e Ophir. È parente dei signori della giungla, erede dell’Africa oscura e feroce. La Sfinge è sua cugina, e lui parla la sua lingua; ma il gatto è più vecchio della Sfinge, e ricorda ciò che lei ha dimenticato.

H.P. Lovecraft, The Cats of Ulthar

Secondo il folklore stanotte si celebra la Walpurgisnacht, la notte di Valpurga, la festa della primavera in Germania e in Europa Centrale. Secondo invece la tradizione esoterica l’evento coincide con il raduno annuale delle streghe che festeggiano a modo loro sul monte Brocken. Goethe lo ricorda anche in una scena del Faust.

Oltreoceano, a Providence, cittadina del New England, c’è stato un grande scrittore visionario che è riuscito a immaginare l’inimmaginabile: H. P. Lovecraft (1890-1937). Considerato il padre della fantascienza americana, anche se a mio avviso è una definizione limitativa per un pioniere della sperimentazione narrativa, capace di mescolare con disinvoltura generi diversi con un approccio totalmente innovativo per l’epoca, onirico e convincente allo stesso tempo.

Il racconto a cui mi riferisco venne scritto nel 1932 e pubblicato l’anno successivo in una raccolta dal nome emblematico, Weird Tales (Racconti Soprannaturali, Strani): The Dreams in the Witch House (I sogni nella casa stregata).

Il protagonista è uno studente di matematica che sta facendo una ricerca sulle realtà parallele. Walter Gilman affitta una stanza in una casa ad Arkham, che si dice sia infestata da uno spirito di una strega del XVII secolo. Ben presto comincerà ad avere strani incubi notturni, seguiti da risvegli sempre più agitati con segni di morsi visibili sul corpo. Nessuno dei suoi compagni di università è in grado di fornire delle spiegazioni plausibili, danno la colpa a una forma di sonnambulismo provocata dal morso di qualche topo che di notte vaga indisturbato per la casa. Gilman invece è sicuro che determinate relazioni geometriche all’interno dell’edificio aprano dei tunnel spazio-temporali verso altri mondi. All’inizio è incuriosito dall’impulso incontrollabile a viaggiare in altre dimensioni nel cuore della notte, affascinato più dall’idea di essere altrove, brancola nel buio, sospeso tra paura e sete di conoscenza. Ogni sera esplora territori sempre più oscuri, un frammento di incubo si aggiunge ad un altro frammento di incubo, finché non incontrerà la strega e il suo servitore e allora la ricerca avrà un esito imprevisto…

Il compleanno di Shakespeare

William Shakespeare poster stamp issued in 186...

Oggi si festeggia il talento di un grande genio, secondo le fonti e secondo la mia Bibbia personale, l’insostituibile Manualetto Shakespeariano di Gabriele Baldini, è la data di nascita di William Shakespeare: nato a Stratford-upon-Avon il 23 Aprile del 1564. Ogni volta che lo ricordo, inevitabilmente mi viene in mente un altro genio, Miguel de Cervantes, morto lo stesso giorno in cui è morto Shakespeare, il 23 Aprile del 1616.

Un’amica spagnola mi ha fatto una gradita sorpresa, inviandomi via Facebook il sonetto 98, che ha come protagonista proprio il mese di Aprile.

Il tema è un classico della poesia amorosa: l’assenza della persona amata fa sì che la primavera sembri inverno. L’ispirazione più accreditata dagli studiosi pare sia una canzone di un altro illustre letterato: Torquato Tasso.

A questo punto non potevo non tradurlo.

 

Sonetto 98

 

From you have I been absent in the spring,

When proud-pied April (dressed in all his trim)

Hath put a spirit of youth in everything:

That heavy Saturn laughed and leapt with him.

Yet nor the lays of birds, nor the sweet smell

Of different flow’rs in odor and in hue,

Could make me any summer’s story tell:

Or from their proud lap pluck them where they grew.

Nor did I wonder at the Lilies white,

Nor praise the deep vermilion in the Rose,

They were but sweet, but figures of delight:

Drawn after you, you pattern of all those.

  Yet seemed it winter still, and, you away,

  As with your shadow I with these did play.

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Sonetto 98

 

Da te sono stato lontano in primavera,

Quando il variopinto Aprile (tutto vestito a festa)

Infondeva uno spirito di freschezza in ogni cosa:

Così che il greve Saturno con lui rideva e saltellava.

 

Ma né i canti degli uccelli, né la dolce fragranza

Per odore e tinta di fiori diversi,

Riuscivano a farmi raccontare una storia gioiosa,

O a coglierli dal grembo dove crescevano carnosi.

 

Non mi meravigliai per il candore del Giglio,

Né elogiai nella Rosa l’intenso vermiglio;

Erano solo dolcezze, solo figure di diletto

Ritratte da te, modello di tutte loro.

 

Eppure sembrava ancora Inverno, con te via,

Giocai con loro come con l’ombra tua.

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Il francobollo nell’illustrazione venne stampato per celebrare il trecentario della nascita di William Shakespeare. Nel frattempo sono passati solamente 448 anni…

Tutto è sciolto

James Joyce ha scritto “Tutto è sciolto” rivolgendosi a un misterioso amore triestino. La poesia venne pubblicata per la prima volta nel maggio del 1917, una rivisitazione del melodramma italiano con dodici versi a rima alternata. Sono state fatte varie ipotesi sull’identità di quella passione impossibile, forse una studentessa che conobbe ai tempi del suo soggiorno a Trieste, il ritratto di una sirena delicata che ha già in nuce le future peregrinazioni nel capitolo dedicato alle sirene dell’Ulisse. [1]

Il titolo in italiano è una citazione di un’aria dell’opera lirica La Sonnambula, nota anche come I fidanzati svizzeri di Vincenzo Bellini, con il libretto di Felice Romani. La trama ruota intorno al tema della visione e dell’inganno: una coppia prossima alle nozze si separa per un sospetto tradimento della futura sposa. Amina invece soffre di una forma acuta di sonnambulismo che la fa entrare senza esserne consapevole nella stanza di un altro uomo, il conte Rodolfo. Tutto si chiarirà fortunatamente, ma qui siamo nella fase in cui il lieto fine è una meta ancora lontana:

“Tutto è sciolto:

Più per me non v’ha conforto.

Il mio cor per sempre è morto

Alla gioia ed all’amor.”[2]

In Joyce invece il desiderio conosce già il sapore amaro della rinuncia.

Tutto è sciolto

A birdless heaven, sea-dusk and a star

Sad in the west;

And thou, poor heart, love’s image, fond and far,

Rememberest:

Her silent eyes and her soft foam-white brow

And fragrant hair,

Falling as in the silence falleth now

Dusk from the air.

Ah, why wilt thou remember these, or why,

Poor heart, repine,

If the sweet love she yielded with a sigh

Was never thine?

——————————————————————————————–

Tutto è sciolto

Cielo senza uccelli, crepuscolo marino e una stella

Triste a occidente;

E tu, povero cuore, ricordi l’immagine dell’amore, tenera

E lontana:

I suoi occhi silenti e la fronte morbida come spuma bianca

I capelli profumati,

Che scendono come ora scende nel silenzio

L’oscurità dall’aria.

Ah, perché continui a ricordare queste cose, perché

Povero cuore, ti lamenti

Se l’amore dolce a cui lei si arrese con un sospiro

Non fu mai tuo?


[1] Per chi volesse approfondire l’argomento segnalo il libro di Roberto Curci, Tutto è sciolto. L’amore triestino di Giacomo Joyce, Lent edizioni, 1996.

[2] Elvino, La Sonnambula, Vincenzo Bellini. Per chi fosse in vena di ascoltare un frammento di opera ecco il link:

 

Tutto è sciolto

James Joyce ha scritto “Tutto è sciolto” rivolgendosi a un misterioso amore triestino. La poesia venne pubblicata per la prima volta nel maggio del 1917, una rivisitazione del melodramma italiano con dodici versi a rima alternata. Sono state fatte varie ipotesi sull’identità di quella passione impossibile, forse una studentessa che conobbe ai tempi del suo soggiorno a Trieste, il ritratto di una sirena delicata che ha già in nuce le future peregrinazioni nel capitolo dedicato alle sirene dell’Ulisse. [1]

Il titolo in italiano è una citazione di un’aria dell’opera lirica La Sonnambula, nota anche come I fidanzati svizzeri di Vincenzo Bellini, con il libretto di Felice Romani. La trama ruota intorno al tema della visione e dell’inganno: una coppia prossima alle nozze si separa per un sospetto tradimento della futura sposa. Amina invece soffre di una forma acuta di sonnambulismo che la fa entrare senza esserne consapevole nella stanza di un altro uomo, il conte Rodolfo. Tutto si chiarirà fortunatamente, ma qui siamo nella fase in cui il lieto fine è una meta ancora lontana:

“Tutto è sciolto:

Più per me non v’ha conforto.

Il mio cor per sempre è morto

Alla gioia ed all’amor.”[2]

In Joyce invece il desiderio conosce già il sapore amaro della rinuncia.

Tutto è sciolto

A birdless heaven, sea-dusk and a star

Sad in the west;

And thou, poor heart, love’s image, fond and far,

Rememberest:

Her silent eyes and her soft foam-white brow

And fragrant hair,

Falling as in the silence falleth now

Dusk from the air.

Ah, why wilt thou remember these, or why,

Poor heart, repine,

If the sweet love she yielded with a sigh

Was never thine?

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Tutto è sciolto

Cielo senza uccelli, crepuscolo marino e una stella

Triste a occidente;

E tu, povero cuore, ricordi l’immagine dell’amore, tenera

E lontana:

I suoi occhi silenti e la fronte morbida come spuma bianca

I capelli profumati,

Che scendono come ora scende nel silenzio

L’oscurità dall’aria.

Ah, perché continui a ricordare queste cose, perché

Povero cuore, ti lamenti

Se l’amore dolce a cui lei si arrese con un sospiro

Non fu mai tuo?


[1] Per chi volesse approfondire l’argomento segnalo il libro di Roberto Curci, Tutto è sciolto. L’amore triestino di Giacomo Joyce, Lent edizioni, 1996.

[2] Elvino, La Sonnambula, Vincenzo Bellini. Per chi fosse in vena di ascoltare un frammento di opera ecco il link:

 

Passiamo oltre, forse

“Gradisce un whisky?”

“Solo un dito…”

“Non vuole prima un whisky?”

(Quattro delitti in allegria, Alain Berbérian)

È stata una settimana densa di avvenimenti, politici e non, spezzata da una Pasqua relativamente serena, confortata dalle inesauribili risorse della gastronomia che ha la straordinaria capacità di annullare la dimensione spazio-temporale: in cinque minuti si dimenticano con gusto ore di lavoro in cucina.

Il passaggio dall’”euforia” della festa a un giorno comune mi ha fatto ricordare una poesia di Corrado Govoni (1885-1965), citato spesso male in quasi tutte le antologie letterarie. Un autore anfibio che inizialmente aderisce al futurismo per poi “tradurre i fenomeni della realtà in un personale mondo fiabesco privato.”(1)

La sua opera racchiude un universo apparentemente agreste che però declina con affetto la percezione sinestetica provocata dal ricordo. La leziosità del titolo e la trita rievocazione del circo potrebbero trarre in inganno e invece lo sguardo cade su una gronda…o meglio la gronda nobilita gli stereotipi.

La trombettina

Ecco che cosa resta

di tutta la magia della fiera

quella trombettina


di latta azzurra e verde,

che suona una bambina


camminando, scalza, per i campi.


Ma, in quella nota sforzata,


ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi,


c’è la banda d’oro rumoroso,


la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.


Come, nello sgocciolare della gronda,

c’è tutto lo spavento della bufera,


la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;


nell’umido cerino d’una lucciola


che si sfa su una foglia di brughiera


tutta la meraviglia della primavera.

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(1) La definizione è di Eugenio Montale.

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