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February 2012

Rosa rosae

…“la rosa è amica di Bellezza,

e l’usignolo s’accompagna all’Amore,

all’uno attribuisci virtù, all’altra mutevolezza.

Molte rose sono sbocciate in questo giardino, eppure,

nessuno può cogliere in esso una rosa senza provare dolore di spine.”

(Hâfez)

Oggi un omaggio alle declinazioni della rosa in poesia, probabilmente uno dei fiori più citati in rima. Le famose ottave barocche di Giambattista Marino spesso ricordate come esercizio di stile sulle proprietà della rosa, in realtà rappresentavano un elemento di rottura rispetto al genere eroico del ‘500 che prevedeva il tema guerresco. L’Adone raccoglie venti canti dedicati esclusivamente al tema dell’amore: “…La vera regola è saper rompere le regole a tempo e luogo, accomodandosi al costume corrente e al gusto del secolo.” (1)

Rosa riso d’amor, del ciel fattura,

rosa del sangue mio fatta vermiglia,

pregio del mondo e fregio di natura,

de la terra e del sol vergine figlia,

d’ogni ninfa e pastor delizia e cura,

onor de l’odorifera famiglia,

tu tieni d’ogni beltà le palme prime,

sovra il vulgo de’ fior donna sublime.

❊

Quasi in bel tron imperadrice altera

siedi colà su la nativa sponda.

Turba d’aure vezzosa e lusinghiera

ti corteggia d’intorno e ti seconda;

e di guardie pungenti armata schiera

ti difende per tutto e ti circonda:

e tu, fastosa nel tuo regio vanto,

porti d’or la corona e d’ostro il manto.

Il tema dell’irraggiungibilità della rosa (2) viene riassunto da Jorge Luis Borges, con una poesia enciclopedica che si articola riprendendo antiche metafore:

La rosa,

l’immarcescibile rosa che non canto,

quella che è peso è fragranza,

quella del nero giardino nell’alta notte,

quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera,

la rosa che risorge dalla tenue

cenere per l’arte dell’alchimia,

la rosa dei persiani e di Ariosto,

quella che sempre sta sola,

quella che sempre è la rosa delle rose,

il giovane fiore platonico,

l’ardente e cieca rosa che non canto,

la rosa irraggiungibile. 

❊

La volatilità della passione diventa resoconto memorabile di una passione finita in Dino Campana (3):

In un momento

Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose

Erano le sue rose erano le mie rose

Questo viaggio chiamavamo amore

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose

Che brillavano un momento al sole del mattino

Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi

Le rose che non erano le nostre rose

Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

(per Sibilla Aleramo)

❊

Rainer Maria Rilke ha pubblicato un’intera raccolta di poesie, Les Roses, (4) composte in francese tra il 1924 e il 1926, che sono delicate riflessioni sulla metafisica della rosa.

Se la tua freschezza a volte ci stupisce;


gioiosa rosa,


è perché in te, petalo contro petalo,


dentro te stessa, ti riposi.

 

Un corpo sveglio il cui centro dorme,


mentre innumerevoli si toccano


le tenerezze del cuore silenzioso


che culminano poi nella tua bocca.

❊

La frase di Gertrude Stein, Rose is a rose is a rose is a rose, di solito riportata come gioco linguistico, è il frutto di una sintesi intelligente sul problema degli universali. Il fiore qui pone le basi per una nuova relazione tra narrazione e realtà, riprendendo le discussioni filosofiche nate fin dal Medioevo tra nominalisti e realisti. (5)

Robert Frost affronta lo stesso argomento in modo ironico, con una poesia sulla genealogia della rosa: The Rose Family. La circolarità del verso restituisce un senso nuovo:

The rose is a rose,

And was always a rose;

But the theory now goes

That the apple’s a rose,

And the pear is, and so’s

The plum, I suppose.

The dear only knows

What will next prove a rose.

You, of course, are a rose –

But were always a rose.

 

E allora se in inglese ci capitasse di essere chiamati Petal, sarebbe davvero un grande complimento.

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(1) Giambattista Marino, L’Adone, pubblicato nel 1623 ma in lavorazione già dal 1596, un’opera di lunga gestazione.

(2) La Rosa, traduzione di Domenico Porzio, Meridiani Mondadori, Borges, Volume I, Milano 1984.

(3) In un momento, Dino Campana, scritta intorno al 1917.

(4) Rainer Marie Rilke, edizione italiana, Le Rose, Passigli editore, 2010. La  traduzione è a cura di S. Mori Carmignani.

(5) Abelardo (1079 – 1142) è stato il primo a utilizzare la rosa come esempio concettuale. Secondo il teologo e filosofo francese non c’è nulla di universale; l’universalità viene interpretata come un’operazione mentale con cui si prendono in considerazione gli aspetti in cui le cose vengono radunate per similitudine, tralasciando gli aspetti differenti.

My heart leaps up when I behold, William Wordsworth

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Leggendo un articolo che analizzava gli studi scientifici sull’arcobaleno (1), ho scoperto che all’inizio del XIV secolo, la spiegazione del fenomeno ottico, che rimane sempre affascinante, venne data simultaneamente da due scienziati che non avevano nessuno contatto tra loro, in Oriente, Kamal al-Din al-Farisi e in Occidente, Teodorico di Friburgo. Fin dall’antichità ci sono state tramandate numerose storie e leggende legate all’arcobaleno. Nelle saghe sassoni era considerato il ponte per gli dei per fare un giro intorno al mondo, così come in Giappone. Per i Babilonesi era la collana della dea dell’amore Ishtar, nella Cina antica veniva interpretato come un oracolo per predire il futuro, per i Greci Iris era la messaggera degli dei, divideva il ruolo di psicopompo con Hermes.

Aristotele fu il primo a tentare di formulare una teoria plausibile, le sue considerazioni influenzarono molti pensatori del mondo islamico per diversi secoli, pur non avendo compreso la rifrazione multipla.

In letteratura invece l’elemento naturale continua a conservare l’incanto del mito. Tra i romantici spiccano i nove versi di William Wordsworth. Nelle antologie letterarie si insiste quasi sempre sulla poetica della ‘fanciullezza’, un termine che trovo insopportabile, perché confina l’infanzia a una leziosità forzata.

Qui è l’emozione che si rinnova, la capacità di sentirsi parte di un’epifania della natura che ogni volta ci coglie di sorpresa.

My heart leaps up when I behold

A rainbow in the sky:

So was it when my life began;

So is it now I am a man;

So be it when I shall grow old,

Or let me die!

The Child is father of the Man;

And I could wish my days to be

Bound each to each by natural piety.

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Il cuore sussulta quando contemplo

Un arcobaleno nel cielo:

Così fu quando la mia vita cominciò,

Così è ora che sono un uomo,

Così sarà quando invecchierò,

O lasciami morire!

Il Bambino è il padre dell’Uomo,

E vorrei che i miei giorni fossero

Legati l’uno all’altro da una pietà innata.

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(1) Humanity & Social Sciences Journal 2 (1): 75-85, 2007: Dr. Hüseyin Gazi Topdemir, Department of History of Science, Faculty of Letters, Ankara, Turkey.

L’illustrazione è un quadro di Caspar David Friederich, Paesaggio Montano con Arcobaleno, (1809-10).

It rings a bell

King Arthur and the Knights of the Round Table...

“Perché temere?

Del duro destino o del buono

Che può l’uomo se non far la prova?”

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

La vita quotidiana ai tempi dei cavalieri della Tavola Rotonda di Michel Pastoureau è un libro magnifico che offre una serie di indizi su cui vale la pena riflettere.

Nel Medioevo non si concepiva la vecchiaia come la intendiamo noi, l’età della “pensione” non esisteva, gli uomini lavoravano fino alla fine dei loro giorni. Contrariamente all’idea diffusa che l’età media allora durasse trenta, trentacinque anni a causa dell’elevata mortalità infantile – di fatto un terzo dei neonati non superava i cinque anni di vita – chi sopravviveva all’infanzia poteva aspirare a un’età relativamente avanzata. Le aspettative di vita rimasero invariate per sette secoli fino alla prima metà dell’800. Gli ecclesiastici appartenevano alla classe più longeva.

San Gilberto di Sempringham, fondatore dell’ordine religioso dei Gilbertini in Inghilterra, vantava anche un curioso record, fu l’unico centenario del XII secolo. Tra gli aristocratici superare i settant’anni non era un fatto raro.

I ceti meno fortunati continuavano a essere decimati da epidemie, carestie e malattie endemiche.

A differenza dei chierici, che erano gli unici custodi del passare delle ore, i laici non conservavano la memoria delle cose lontane, era molto frequente che non ricordassero nemmeno la data di nascita, costretti a vivere in un presente scandito da incombenze pratiche che non prevedevano possibili proiezioni nel futuro. Chi partiva per un pellegrinaggio o un lungo viaggio non era in grado di stabilire quando sarebbe ritornato. I cavalieri della Tavola Rotonda erano costantemente alla ricerca di nuove avventure, ma non fissavano mai una data o un progetto di ritorno. Salvo casi rari, anche i cronisti e romanzieri erano molto vaghi nella catalogazione di eventi, ricorrendo spesso a perifrasi generiche, all’epoca del re…, verso le Pentecoste, non c’era mai un’annotazione precisa.

Le giornate erano regolate da ricorrenze e feste religiose, secondo il ciclo delle stagioni. Si guardava molto spesso a un passato lontano, ricordando nostalgicamente i bei tempi andati. Per Pastoureau questa forma di rassegnazione era dovuta al fatto che l’uomo poteva avere solamente un’esperienza concreta del tempo.

Le considerazioni intellettuali e i calcoli precisi erano riservati a un piccolo numero di chierici. I chierici dipendevano solo dai Tribunali della Chiesa, i loro beni erano protetti e godevano di particolari benefici ecclesiastici.

I cavalieri invece si distinguevano per tre principi fondamentali: dovevano essere fedeli alla parola data, essere generosi e proteggere i bisognosi, obbedire alla Chiesa, difendendo i suoi beni e suoi ministri.

Alla fine del XII secolo, il perfetto cavaliere non era Lancillotto, l’amore per Ginevra sarebbe stato incompatibile con le regole cavalleresche, ma Gawain, il nipote di Re Artù, il cavaliere cortese per eccellenza, rinomato per le sue virtù. Decisamente altri tempi…nel manoscritto dedicato alla storia di Sir Gawain e il Cavaliere Verde, figura il motto dell’Ordine della Giarrettiera, fondato da Edoardo III intorno al 1348 e tuttora esistente: Hony soyt qui mal pence (Vergogna a chi ne pensa male).

Pare che sia stato aggiunto senza l’intervento dell’autore. Da allora moltissime variazioni sul tema.

Il ricatto delle missive

Fra i sentimenti, una grande mente apprende la diffidenza per ultima.

(Jean Racine)

Rimettendo apposto gli scaffali della libreria ho ritrovato una piccola gemma, Lettere di una monaca portoghese (1), un breve epistolario pubblicato per la prima volta il 4 Gennaio del 1669. A giudicare dal titolo nessuno immaginerebbe cinque lettere infuocate piene di ardore inviate a un ufficiale francese…Eppure le “portoghesi” divennero un vero e proprio genere letterario che connotava le lettere d’amore appassionate, note anche come lettere di rimprovero. L’arte risiedeva nella stesura delle lamentele che dovevano essere espresse con una certa eleganza, uno dei cinque pilastri della retorica classica.(2)

Qui però le cose si complicavano, le accuse di tradimento e abbandono erano state scritte da una religiosa che si firmava solamente con il nome di Marianna.

L’anonimato dell’autrice contribuì enormemente al successo letterario del testo, un’operazione commerciale ben architettata, con già ventuno ristampe nel giro di cinque anni dalla pubblicazione. Le lettere suscitarono una vera e propria querelle tra chi sosteneva che l’autrice fosse davvero una monaca, Marianna Alcoforada – dai documenti storici si scoprì che effettivamente ci fu una Maria Ana Alcoforado che visse nel convento di Beja e che poteva corrispondere a un identikit verosimile della narratrice – e i non-autenticisti che negavano la possibilità che una suora con una preparazione culturale limitata potesse scrivere nello stesso stile di Racine. Si risalì persino al presunto amante, il cavaliere Noël Bouton de Chamilly, ufficiale di Luigi XIV, che aveva partecipato alla campagna di Portogallo negli stessi anni.

Dopo due secoli Green indicò come possibile autore il conte di Guilleragues, un nobile guascone, originario di Bordeaux, avvocato, amico di molti letterati tra cui Racine, Boileau, Madame de Sévigné, La Rochefoucault. Guilleragues però non rivendicò mai la paternità delle lettere. Il francesista Giovanni Macchia adottò un atteggiamento più scettico non riscontrando nessun parallelo significativo tra le lettere e la vita di Guilleragues.

Ancora oggi gli studiosi continuano a dubitare.

Leggendo le lettere si capisce da subito che la frustrazione di un amore non corrisposto è stata costruita con grande abilità, in un susseguirsi di domande che alimentano altre domande, con una tensione crescente che alterna logica e struggimento.

La scrittura restituisce le riflessioni confuse di un’anima tormentata che si interroga costantemente perché non si dà pace. Dopo un percorso labirintico, fortunatamente Marianna approda a una verità disarmante, la rabbia deve cedere il posto a una nuova consapevolezza: “…sono forse obbligata a rendervi puntualmente conto di tutte le mie emozioni?”

In quel preciso istante non si può non essere non solidali con la riscoperta di una tappa obbligatoria: l’amorevolezza. L’ira non è mai placata dall’ira.

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(1)  Marsilio Editori, Venezia 1991.

(2)  Ordo, inventio, dispositio, elocutio, elegantia.

Il ricatto delle missive

Fra i sentimenti, una grande mente apprende la diffidenza per ultima.

(Jean Racine)

Rimettendo apposto gli scaffali della libreria ho ritrovato una piccola gemma, Lettere di una monaca portoghese (1), un breve epistolario pubblicato per la prima volta il 4 Gennaio del 1669. A giudicare dal titolo nessuno immaginerebbe cinque lettere infuocate piene di ardore inviate a un ufficiale francese…Eppure le “portoghesi” divennero un vero e proprio genere letterario che connotava le lettere d’amore appassionate, note anche come lettere di rimprovero. L’arte risiedeva nella stesura delle lamentele che dovevano essere espresse con una certa eleganza, uno dei cinque pilastri della retorica classica.(2)

Qui però le cose si complicavano, le accuse di tradimento e abbandono erano state scritte da una religiosa che si firmava solamente con il nome di Marianna.

L’anonimato dell’autrice contribuì enormemente al successo letterario del testo, un’operazione commerciale ben architettata, con già ventuno ristampe nel giro di cinque anni dalla pubblicazione. Le lettere suscitarono una vera e propria querelle tra chi sosteneva che l’autrice fosse davvero una monaca, Marianna Alcoforada – dai documenti storici si scoprì che effettivamente ci fu una Maria Ana Alcoforado che visse nel convento di Beja e che poteva corrispondere a un identikit verosimile della narratrice – e i non-autenticisti che negavano la possibilità che una suora con una preparazione culturale limitata potesse scrivere nello stesso stile di Racine. Si risalì persino al presunto amante, il cavaliere Noël Bouton de Chamilly, ufficiale di Luigi XIV, che aveva partecipato alla campagna di Portogallo negli stessi anni.

Dopo due secoli Green indicò come possibile autore il conte di Guilleragues, un nobile guascone, originario di Bordeaux, avvocato, amico di molti letterati tra cui Racine, Boileau, Madame de Sévigné, La Rochefoucault. Guilleragues però non rivendicò mai la paternità delle lettere. Il francesista Giovanni Macchia adottò un atteggiamento più scettico non riscontrando nessun parallelo significativo tra le lettere e la vita di Guilleragues.

Ancora oggi gli studiosi continuano a dubitare.

Leggendo le lettere si capisce da subito che la frustrazione di un amore non corrisposto è stata costruita con grande abilità, in un susseguirsi di domande che alimentano altre domande, con una tensione crescente che alterna logica e struggimento.

La scrittura restituisce le riflessioni confuse di un’anima tormentata che si interroga costantemente perché non si dà pace. Dopo un percorso labirintico, fortunatamente Marianna approda a una verità disarmante, la rabbia deve cedere il posto a una nuova consapevolezza: “…sono forse obbligata a rendervi puntualmente conto di tutte le mie emozioni?”

In quel preciso istante non si può non essere non solidali con la riscoperta di una tappa obbligatoria: l’amorevolezza. L’ira non è mai placata dall’ira.

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(1)  Marsilio Editori, Venezia 1991.

(2)  Ordo, inventio, dispositio, elocutio, elegantia.

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