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November 2011

Nuvole

“Per gradini di sogni e stanchezze mie, scendi dalla tua irrealtà, scendi e vieni a sostituire il mondo.”

(Fernando Pessoa)

Il libro dell’Inquietudine è un libro a cui sono particolarmente affezionata, un capolavoro letterario composto da frammenti di pensieri raccolti in un diario intimo. Pubblicato postumo nel 1982, la storia della sua compilazione è stata piuttosto travagliata.

Jacinto do Prado Coelho ha organizzato il lavoro di raccolta dei 27543 documenti che fanno parte del “Fondo Pessoa”. I fogli del Libro dell’Inquietudine vennero catalogati in nove buste numerate, le prime cinque furono autografate dall’autore stesso come Livro do Dessassoego, le altre invece sono il frutto del lavoro di studiosi che dalla morte dell’autore nel 1935 in poi hanno dedicato al “Progetto Pessoa”, che inspiegabilmente ha una strana assonanza con il misterioso Progetto DHARMA (Department of Heuristics And Research on Material Applications) della serie televisiva Lost…

Persi devono esserlo stati davvero, ma non si sono scoraggiati, procedendo in modo analogico, suddividendo l’opera in varie arie tematiche, cercando di ordinare il caos dei pensieri nel labirinto della mente di Pessoa e del suo eteronimo Bernardo Soares. Un autore che aveva già nel suo cognome l’anonimato della maschera, lo sdoppiamento in un’altra persona rianimato ogni volta da molteplici alias letterari.

La grandezza del libro è dovuta al fatto di non essere un libro definitivo, ma un libro ipotetico, ricco di suggestioni, spunti: le inquietudini di un uomo che sta alla finestra. Una visione ancora attuale, impossibile non trovare un inquietante parallelo con altre finestre più tecnologiche nel loro aspetto voyeuristico.

Ogni paragrafo è autonomo in sé o come trama di un disegno più grande. La lettura varia a seconda del nostro stato emotivo con sequenze e tempi diversi, che non sono necessariamente quelli scanditi dal tempo del libro ma dal nostro tempo interiore.

Chi è allora Bernando Soares? Pessoa lo descrive così:

“Era un uomo dall’apparente età di trent’anni, magro, piuttosto alto, esageratamente curvo quando stava seduto ma un po’ meno quand’era in piedi, vestito con una certa ma non totale trascuratezza. L’aria sofferente non conferiva maggiore interesse al pallido volto dai tratti comuni; una sofferenza di difficile definizione che poteva indicare varie cause: privazioni, angosce, e quel patimento che nasce dall’indifferenza proveniente dall’aver sofferto molto.”(1)

Eppure quest’uomo, apparentemente insignificante, con un’esistenza mortificata da un lavoro noioso da contabile ha delle intuizioni illuminanti. Lisbona con i suoi miradores costituisce il setting ideale di un paesaggio dell’anima. Persino il consueto tragitto quotidiano da casa a lavoro in Praça da Joao da Camara diventa oggetto di acute riflessioni.

Il dessassoego in Pessoa acquista una nuova connotazione, più legata al concetto di solitudine, l’essere privato della compagnia degli altri. Si tratta però di un senso di solitudine che è il preludio dell’esperienza creativa, l’esigenza di produrre un vuoto che deve essere riempito da un progetto ispiratore. Un linguaggio arricchito da elementi naturali: cieli plumbei che minacciano l’orizzonte, nuvole che corrono, raggi di luce che invadono improvvisamente viottoli bui in una dimensione costantemente sospesa tra l’onirico e il reale. In molti casi si ha l’impressione di rivivere degli autentici dé-jà vu, a volte assistiamo a delle massime inconsapevoli che hanno una saggezza innata. Echi di voci di un’anima poetica universale:

“Il saggio è colui che riesce a rendere monotona l’esistenza, perché allora ogni piccolo incidente possiede il privilegio di stupirlo. Il cacciatore di leone non prova più l’avventura dopo il terzo leone. Per questo cuoco monotono, una rissa nella strada ha sempre qualcosa di una modesta apocalisse. Chi non ha mai lasciato Lisbona farà un viaggio infinito sul tram che va a Benfica, e se costui un giorno si reca a Sintra ha la sensazione di aver fatto un viaggio fino a Marte.” (2)

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(1) Tratto da Il libro dell’Inquietudine, p. 23, Feltrinelli, Milano 2000. Traduzione di Maria José De Lancastre e Antonio Tabucchi.

(2) Ibidem, Frammento 56, p. 43.

Il tempo capovolto

 

“Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più. E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice.”

(Andrej Tarkovskij)

Apro la finestra, un paesaggio rarefatto coperto da una nebbia fittissima in un’atmosfera sospesa, quasi onirica. Meglio sognare altre atmosfere.

Pavel Florenskij, grande teologo, matematico e storico dell’arte, ha ricostruito un’affascinante teoria sulle dinamiche del sogno. Pare che il primo a teorizzare un tempo istantaneo sia stato il barone Carl Du Prel (1839-1889), sostenitore dell’idea che il tempo potesse davvero fluire dal futuro al passato, dal visibile all’invisibile, ma poco convinto di trovare ascolto tra i suoi contemporanei.

Florenskij si spinge oltre, ritiene che il tempo istantaneo sia fondamentale per capire il “tempo capovolto”, il passaggio da un determinato evento nel mondo esterno a una causa corrispondente nel sogno. Un solo e unico evento viene percepito in due coscienze diverse, in quella diurna e in quella notturna. Apparentemente non c’è un legame diretto, ma se non accadesse quel determinato evento non ci sarebbe una causa specifica percepita dalla nostra coscienza. Nel mondo onirico la causa non si manifesta prima della conseguenza ma dopo, come in uno specchio.

Il viaggio dal mondo visibile al mondo invisibile serve a Florenskij per spiegare l’epifania della creazione artistica: elevarsi a un’altra dimensione per poi scendere con una nuova visione. La sua interpretazione è legata a una rielaborazione teorica dell’icona, dove l’artista è una figura mistica, un viandante che deve percorrere un sentiero insidioso per non cadere preda dell’autoinganno:

“…l’arcobaleno si mostra dopo che si è sparsa la benefica pioggia, la manifestazione celeste, l’immagine dell’alto è data per annunciare e ribadire il dono invisibile concesso nella coscienza diurna, in tutta la vita, come messaggio e rivelazione dell’eternità.”(i)

Ritorna in mente il rigore monastico di Andrej Rublëv, il grande pittore russo di icone del XV secolo, ritratto nel film omonimo di Andrej Tarkovskij. Quando viene finalmente costruita una nuova campana nel villaggio devastato dalla peste, Rublëv si avvicina a Boriska, il figlio del fonditore di campane. Il ragazzo piange disperato, Rublëv che ha fatto voto di silenzio, ricomincia a parlare dopo molti anni e gli chiede: “Perché piangi, invece di essere felice?”

“Perché non conoscevo il segreto della formula! Capisci? Mio padre è morto portandoselo con sé…”

“Tranquillo…da questo momento tu comincerai a fondere campane e io ricomincerò a dipingere.”


(i) Pavel Florenskij, Saggio sull’icona, Adelphi, 1997 Milano, pp. 41-42.

Photo by Soubhagya Maharana on Pexels.com

Dai tempo al tempo

In un momento di entusiasmo filosofico sono andata a consultare la monografia dei Meridiani Mondadori su Giambattista Vico, un’opera in due volumi, il primo con tutti gli scritti in ordine cronologico, in alcuni casi con testo a fronte in latino, il secondo, a sorpresa, un contenitore di note. In teoria uno dovrebbe leggerli in parallelo, una lettura costantemente interrotta da rimandi e citazioni.

Non mi sono persa d’animo e mi sono venute in mente alcune lezioni remote sul “mondo civile fatto dagli uomini”. Vico sottolinea la necessità di reinterpretare gli avvenimenti storici senza cadere nell’errore comune dell’anacronismo storico. Le ricostruzioni storiche dei filosofi e degli storici sono inadeguate e bisogna pertanto ricominciare daccapo; l’ordine delle idee deve procedere secondo l’ordine delle cose. Ma allora qual è la grammatica di lettura dell’universo storico? Rileggendolo “in forma di scienza, col discoprirvi il disegno di una storia ideale eterna, sopra la quale corron in tempo tutte le storie di tutte le nazioni.”

La storia viene quindi rappresentata come il susseguirsi di tre epoche principali: l’età degli dei, l’età degli eroi, l’età degli uomini. Non si tratta di uno sviluppo unilineare e progressivo, l’involuzione e i ristagni sono sempre in agguato. Vico sente il bisogno di intravedere una sorta di Provvidenza Divina che sproni gli uomini a riprendere il cammino. Un tentativo di conciliare i mali del mondo con la presenza rassicurante di una guida ultraterrena.

Cominciando a leggere i pensieri raccolti nella Scienza Nuova, dopo il decimo dacché e la decodificazione delle e in i, perdo in continuazione il filo del discorso. Il linguaggio parla una lingua che non conosco, ogni frase deve essere ritradotta. Una vita di studi dedicata alla tassonomia del sapere con l’ambizione di riscriverlo secondo nuovi parametri, condannata proprio dalla limitazione di un linguaggio ormai lontano, costringendo il lettore a un costante sforzo filologico.

La spesso abusata frase di routine “corsi e ricorsi storici” è probabilmente frutto di un’eccessiva semplificazione, perché in Vico avviene proprio il contrario, tutto viene spiegato minuziosamente.

Interessante invece come nel suo pensiero il mito venga ricollocato nella fase primitiva della storia dell’uomo, un “universale fantastico” che offre un’interpretazione metafisica del mondo. Le figure retoriche nei miti erano l’unico modo in cui l’uomo pensava le cose e tramandava le proprie esperienze. Accanto agli universali fantastici figuravano anche gli universali impossibili, la combinazione di caratteristiche incompatibili in una singola immagine concreta. Ne è un esempio la figura di Cibele che è allo stesso tempo donna, terra, centauri, driadi, cavalli alati. Eppure a queste forme primitive Vico accorda un’autonomia culturale, non vengono messe in relazione allo stadio successivo ma valorizzate nella loro unicità.

E allora dove sono fuggiti gli dei pagani? Che ruolo ha il mito nella nostra vita quotidiana? La risposta non arriva da Vico ma da Joseph Campbell, storico delle religioni e grande interprete dei miti, citato da Hillman: “…The latest incarnation of Oedipus, the continued romance of Beauty and the Beast, stand this afternoon on the corner of 42nd Street and Fifth Avenue, waiting for the traffic light to change.” (La nuova incarnazione di Edipo, la storia d’amore ininterrotta tra la Bella e la Bestia, sono fermi questo pomeriggio all’angolo tra la 42esima e la Fifth Avenue, ad aspettare che le luci del semaforo cambino)

Parola a Hillman

Carl Gustav Jung
Carl Gustav Jung

“Ciascuna vita è formata dalla propria immagine, unica e irripetibile, un’immagine che è l’essenza di quella vita e che la chiama a un destino. In quanto forza del fato, l’immagine ci fa da nostro genio personale, da compagno, da guida memore della nostra vocazione.” (James Hillman)

Cercando online alcune lezioni magistrali del grande James Hillman (1926-2011), ho scelto questo breve ma significativo video sul rapporto tra “senex e puer”.

La vecchiaia non viene vista nel tentativo di recuperare il vigore della giovinezza ma sotto un’altra luce: la capacità di manifestare l’immaginazione creativa con totale libertà.

È un tipo di percorso che invita a rimanere fedeli alla nostra vocazione originaria: il senex torna a essere puer con rinnovata consapevolezza. Una riflessione che coinvolge indirettamente anche Hillman mentre legge gli appunti da un foglio stropicciato.

Un saluto e un tributo a un libero pensatore.

“

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P.S. La citazione è tratta da Il Codice dell’Anima, Adelphi, Milano 2000, p. 60.

La foto in b/n è un omaggio al maestro di James Hillman.

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