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September 2011

Well well well

Ogni anno, come sempre, vado a vedere la Biennale. Come ogni anno? Ma non si chiama Biennale? Appunto, si alternano le Biennali di Arte con quelle di Architettura.

Quest’anno, il tema della mostra erano le “Illuminazioni”, un titolo quasi diderottiano, con l’implicito gioco di parole tra illumina + nazioni…in realtà anche un omaggio alle “illuminazioni” di Rimbaud, nel senso di intuizioni o visioni raccontate.

Purtroppo le illuminazioni coinvolgono un panorama piuttosto lugubre. Del Padiglione Italia se n’è parlato anche troppo, ma devo ammettere che il richiamo agli uccelli di Hitchcock ha sempre il suo fascino. Ci sono delle eccezioni, sorprendenti le light boxes di Pipilotti Rist con la rappresentazione classica di Venezia, quasi stereotipata, immersa in paesaggi visionari subacquei. “Hippy Dialectics” di Nathaniel Mellors è un lavoro pieno di humour, due teste parlanti che si parlano sopra, ripetendo in continuazione “very interesting”, come se tentassero di convincersi l’un l’altro.

La Francia propone l’opera di Christian Boltanski, “Chance”, un’installazione sul caso e la relazione tra vita e morte. Nella sala “Essere di nuovo” scorrono sullo schermo i volti di 60 Polacchi neonati e di 52 Svizzeri deceduti, il visitatore schiaccia un bottone e improvvisamente compare sullo schermo l’immagine di un volto composto da fotogrammi diversi, se per combinazione le tre parti corrispondono allo stesso neonato, una musica annuncia che si è vinto l’opera. Nel frattempo in un’altra sala si continuano a contare quanti uomini muoiono nel mondo e quanti bambini nascono nel mondo. Ogni giorno nascono 200.000 bambini in più rispetto agli uomini che muoiono. Sulla locandina avvertono che per tutta la durata della Biennale sarà possibile giocare online, e mi chiedo chi abbia voglia di mettersi nei panni della dea bendata… Tutta la mia solidarietà alla guardasala costretta a sopportare il rumore assordante dei fotogrammi otto ore al giorno.

La Gran Bretagna ospita l’intervento invasivo di Mike Nelson, “I impostor”, vedendo la mostra si capisce subito perché. All’entrata la coda composta viene redarguita da una signorina che dà tre indicazioni preoccupanti: fa molto caldo, state attenti alle borse e alla testa. A quel punto si entra già titubanti, l’intero edificio è stato trasformato in una specie di bottega antica, un’enorme maquette claustrofobica con tanto di corte interna. Dopo pochi passi non si può fare a meno di desiderare l’agognata uscita.

Di fronte agli Stati Uniti troneggia un grande carro armato con un manichino che corre sul tapis roulant, dentro il padiglione una copia della statua della libertà distesa sul lettino abbronzante, alcuni reperti di sedili di aereo e un bancomat organo.

Il padiglione della Germania ha una delle installazioni più impressionanti che abbia mai visto, la creazione di una vera e propria chiesa, la “Chiesa della Paura” di Christoph Schlingensief, morto per un cancro ai polmoni poco prima della Biennale. È un lavoro veramente immane con la ricostruzione dettagliata di un’iconografia sacra con tanto di reliquario.

Il Giappone ha invece scelto come tema l’idea di una zuppa invertita, la “teleco-soup”, un’installazione in cui si ribaltano continuamente le relazioni tra acqua e cielo, fluido e recipiente. A parte alcuni bambini che si divertivano a tuffarsi nelle immagini onde, la sensazione destabilizzante resta indubbiamente la nota dominante. L’artista Tabaimo sostiene che la sua è una riflessione sulla “Sindrome Galapagos”, un tempo riferita all’incompatibilità tra la tecnologia giapponese e i mercati internazionali, oggi maggiormente al fenomeno della globalizzazione. Impossibile non pensare ai recenti cataclismi naturali e alle esplosioni nucleari.

La Svizzera accoglie i lavori di un incellofanatore seriale, non si può non rimanere colpiti dalla perizia con cui Thomas Hirschhorn avvolge ogni oggetto, con una predilezione per i telefonini. Titolo dell’opera “Crystal of Resistance”. Nel volantino l’artista scrive: “…voglio elaborare una forma che crei qualcosa di nuovo. Deve essere una forma che sostanzialmente renda possibile ‘pensare’.” Evidentemente devo ancora riflettere.

Quello che emerge in quasi tutti i padiglioni dei Giardini è un catastrofismo diffuso, un senso di devastazione onnipresente, come se l’arte, se non altro quella esposta, ci restituisse solamente un immaginario distruttivo quasi documentaristico. La visione reiterata di immagini di morte e distruzione provoca una sorta di depressione senza speranza che non lascia via d’uscita. Fortunatamente è una sensazione passeggera, basta sollevare lo sguardo, lo scorcio della laguna in lontananza è di una bellezza confortante, un paesaggio pieno di riflessi e di giochi di luce che allontana subito il malumore.

Alle Corderie disseminate di installazioni immerse nell’oscurità, la situazione migliora seppure lievemente. A volte si intravedono percorsi alternativi, la fatidica luce alla fine del tunnel. Bellissimi i teli illuminati di spighe di Giulia Piscitelli, e suggestivo il video dal titolo significativo “ghost” di Elad Lassry, con un fantasma, una presenza assenza che si muove con grazia indisturbata insieme agli altri ballerini. La stanza cromatica di James Turrell è un’altra attrattiva che ha sempre una paziente coda in attesa. Quasi al termine di un viaggio volutamente incerto, si arriva all’installazione di Christian Marclay, meritatamente premiata con il Leone d’oro. Un’oasi di pace, ci si siede su dei comodissimi divani bianchi dove si gustano montaggi di film scanditi da sequenze dove il tempo è protagonista insieme a noi. Le immagini cambiano ogni minuto, in modo che il nostro tempo coincide con il tempo dei film, e a quel punto tutto continua a scorrere in una rassicurante sincronicità speculare.

Liquori e liquori

“Non pensate di annegare i vostri dispiaceri nell’alcol. Sanno nuotare.”  

(Albert Willemetz)

La storia della Distilleria Bonollo è stata ricostruita attraverso la raccolta di alcuni frammenti di memoria che ci sono pervenuti. Purtroppo non è rimasto nulla dei segreti del mestiere, una serie di reperti quali lettere, libri contabili, scatole di etichette sono stati fondamentali per cercare di ricomporre un puzzle che risultava incompleto.

La Distilleria Bonollo venne fondata nei primi del ‘900 da Attilio Bonollo, un imprenditore e commerciante, originario di Thiene, che si era trasferito sulla Riviera del Brenta alla fine dell’ ‘800, in una villa padronale fronte canale con un magazzino nella corte interna, che anticamente prendeva il nome di Borgo Roma. Si sviluppò come attività complementare al commercio di legname già esistente. Tra i suoi clienti figuravano le ferrovie dello Stato per le quali costruiva le traversine in legno. La vicinanza al fiume Brenta, allora navigabile, consentiva una distribuzione capillare dei prodotti sul territorio.

Tito Bonollo, mio nonno, fu l’unico dei cinque figli a proseguire l’attività imprenditoriale paterna. Negli anni venti, dopo la morte del padre, chiese alla matrigna, proprietaria di una fabbrica di laterizi a Mestrino, di affiancarlo come socia nella gestione dell’impresa familiare. Introdusse un nuovo modello di produzione, reinterpretando le idee di riformismo sociale con la costruzione di una sorta di cittadella industriale, che annetteva al corpo principale dell’edificio artigianale una schiera di case riservate agli operai. Le case ci sono ancora, vennero cedute a terzi nella prima metà del ‘900. La corte interna continuava a essere il principale punto di raccordo tra le varie attività distribuite nei vari locali. Si accedeva alla distilleria attraverso l’unico accesso possibile lungo via Don Minzoni, prospiciente il canale Brenta.

È importante sottolineare che nel logo delle carte intestate veniva descritta come “Distilleria Agraria”, un indizio rivelatore che implicava che i prodotti primari potevano essere distillati anche da altre aziende o per conto terzi.

Dalla corrispondenza sono emersi moltissimi scambi commerciali con la Sicilia, specialmente per la distribuzione del Marsala. L’attività varcava i confini del Veneto, privilegiando i contatti con il Piemonte. Abbiamo trovato delle lettere di ringraziamento dalla Casa Reale.

Nel catalogo della Distilleria Bonollo c’erano circa una trentina di prodotti alcolici tra liquori e vini, con una propria produzione di acquavite superiore, cognac, elisir di china, grappa di Piemonte (la versione dell’acquavite classica all’anice), liquore giallo e rhum. Il liquore giallo rimane tuttora un enigma, non ci è stato tramandato nessun ricettario, probabilmente un richiamo indiretto al liquore di Benevento, lo Strega, un liquore che veniva colorato con la zafferano, a base di erbe aromatiche, in commercio già a partire dal 1860. La ricetta originaria pare che contenga almeno una settantina di ingredienti segretissimi, tra cui figurano la menta e il finocchio. In realtà esistevano varie versioni, una sarda, un’altra distillata nei conventi, e a quanto pare anche una versione di mio nonno Tito, una libera interpretazione del classico digestivo allo zafferano.

Riordinando il materiale cartaceo è stato utilissima la lettura de Il manuale pratico per la fabbricazione dei liquori, sciroppi e gazzose, di M. A. Maragliano, una seconda edizione pubblicata nel 1920. Il libro reca in prefazione una dedica proprio a Riccardo Subinaghi, uno dei più importanti distributori di essenze spiritose, fornitore anche della Distilleria Bonollo.

Le cosiddette “essenze spiritose” venivano preferite agli oli essenziali nella fabbricazione di liquori, primo fra tutti il Fernet, le essenze di Bitter e Amari, e quelle di qualche Elisir. Gli oli essenziali avevano generalmente la funzione di profumo e di gusto pari all’1 per mille, di modo che un chilo di olio essenziale poteva bastare per la preparazione di mille litri di liquori. Poco solubili nell’acqua, generalmente venivano usati combinati all’alcol o etere.

Le essenze spiritose si erano diffuse per sopperire alla mancanza di omogeneità derivata dalla distillazione di erbe, radici, fiori, per i quali occorrevano processi di distillazione a temperature diverse. L’operazione consisteva nella distillazione a parte di ogni singola sostanza con speciali apparecchi, e poi nella successiva mescolanza di sostanze diverse per ottenere infusioni concentratissime. Le essenze spiritose venivano scelte anche per questioni economiche, la resa era indubbiamente superiore, di 3, 5 e anche 10 volte. In realtà la dose e la quantità venivano spesse taciute per non rivelare le ricette degli ingredienti a possibili concorrenti.

Per alcune essenze spiritose, in particolare quelle di Rhum, Cognac, Grappa, bisognava prima creare una base iniziale, ottenuta dopo precise reazioni chimiche e distillazioni diverse.

La vitalità e attività della Distilleria venne interrotta bruscamente da un tragico evento, Tito Bonollo morì prematuramente in seguito ad una peritonite nel luglio del 1935. Mia nonna ereditò l’onere di dover gestire l’impresa da sola insieme alla suocera, che però morì due anni dopo.

In breve tempo la situazione diventò sempre più ingestibile, le leggi fasciste sulle licenze e la penuria di materie prime, prima tra tutte lo zucchero, unite alle difficoltà oggettive del periodo storico spinsero mia nonna a cedere l’attività. I razionamenti erano già iniziati prima della Seconda Guerra Mondiale. Le barbabietole da zucchero venivano riservate all’industria bellica per la produzione di polvere senza fumo, un propellente per proiettili a combustione rapida.

La Distilleria Bonollo cessò di esistere in concomitanza con la Seconda Guerra Mondiale. Da allora l’edificio artigianale ha ospitato molte attività imprenditoriali locali (una fabbrica di mosaici, una camiceria, una falegnameria) fino a diventare un setting desolato, non operativo ormai da più di trent’anni.

L’impulso progettuale del nostro intervento è nato proprio dall’esigenza primaria di rianimare e riabitare i luoghi creando dei veri e propri spazi di benessere che reinterpretassero in chiave moderna la memoria storica del luogo.

P.S. Giovedì scorso abbiamo presentato all’Ecomuseo di Mira Porte, la storia e riqualificazione della Distilleria Bonollo

Se avete occasione di visitare il Museo, rimarranno esposte fino a giovedì 22 Settembre alcune tavole del progetto e parte della collezione di etichette antiche insieme ad alcuni strumenti di lavoro tra cui:

– l’alcoolimetro di Gay-Lussac (risalente agli anni venti, una volta presa la misurazione bisognava confrontarla con una tabella che elencava la giusta gradazione alcolica a temperatura ambiente, che generalmente si abbassava di 4°);

– l’acetimetro (strumento per misurare il tenore di acido acetico – il cosidetto anidro indicato nelle etichette, sostanza priva d’acqua);

– l’areometro di Baumé: un densimetro che permetteva di misurare la concentrazione di soluzioni acquose. Si procedeva empiricamente utilizzando soluzioni di riferimento a densità nota e ricavando poi per divisione la graduazione della scala. L’unità di misura impiegata è il grado Baumé (dal nome dell’inventore Antoine Baumé 1728-1804). Poichè il contenuto di alcool potenziale d’un vino è basato sul presupposto che l’intero zucchero fermenterebbe, un grado di Baumé (°Bé) corrisponde all’incirca a 17 – 18 grammi di zuccheri in 1 Litro di mosto, ovvero il vino risultante da un ipotetico mosto a 1°Bé dovrebbe presentare un contenuto dell’ 1% di alcool in volume.

– il vinometro, strumento per la misurazione della gradazione alcolica del vino.

TO BE CONTINUED…WIP

Liquori e liquori

“Non pensate di annegare i vostri dispiaceri nell’alcol. Sanno nuotare.”  

(Albert Willemetz)

La storia della Distilleria Bonollo è stata ricostruita attraverso la raccolta di alcuni frammenti di memoria che ci sono pervenuti. Purtroppo non è rimasto nulla dei segreti del mestiere, una serie di reperti quali lettere, libri contabili, scatole di etichette sono stati fondamentali per cercare di ricomporre un puzzle che risultava incompleto.

La Distilleria Bonollo venne fondata nei primi del ‘900 da Attilio Bonollo, un imprenditore e commerciante, originario di Thiene, che si era trasferito sulla Riviera del Brenta alla fine dell’ ‘800, in una villa padronale fronte canale con un magazzino nella corte interna, che anticamente prendeva il nome di Borgo Roma. Si sviluppò come attività complementare al commercio di legname già esistente. Tra i suoi clienti figuravano le ferrovie dello Stato per le quali costruiva le traversine in legno. La vicinanza al fiume Brenta, allora navigabile, consentiva una distribuzione capillare dei prodotti sul territorio.

Tito Bonollo, mio nonno, fu l’unico dei cinque figli a proseguire l’attività imprenditoriale paterna. Negli anni venti, dopo la morte del padre, chiese alla matrigna, proprietaria di una fabbrica di laterizi a Mestrino, di affiancarlo come socia nella gestione dell’impresa familiare. Introdusse un nuovo modello di produzione, reinterpretando le idee di riformismo sociale con la costruzione di una sorta di cittadella industriale, che annetteva al corpo principale dell’edificio artigianale una schiera di case riservate agli operai. Le case ci sono ancora, vennero cedute a terzi nella prima metà del ‘900. La corte interna continuava a essere il principale punto di raccordo tra le varie attività distribuite nei vari locali. Si accedeva alla distilleria attraverso l’unico accesso possibile lungo via Don Minzoni, prospiciente il canale Brenta.

È importante sottolineare che nel logo delle carte intestate veniva descritta come “Distilleria Agraria”, un indizio rivelatore che implicava che i prodotti primari potevano essere distillati anche da altre aziende o per conto terzi.

Dalla corrispondenza sono emersi moltissimi scambi commerciali con la Sicilia, specialmente per la distribuzione del Marsala. L’attività varcava i confini del Veneto, privilegiando i contatti con il Piemonte. Abbiamo trovato delle lettere di ringraziamento dalla Casa Reale.

Nel catalogo della Distilleria Bonollo c’erano circa una trentina di prodotti alcolici tra liquori e vini, con una propria produzione di acquavite superiore, cognac, elisir di china, grappa di Piemonte (la versione dell’acquavite classica all’anice), liquore giallo e rhum. Il liquore giallo rimane tuttora un enigma, non ci è stato tramandato nessun ricettario, probabilmente un richiamo indiretto al liquore di Benevento, lo Strega, un liquore che veniva colorato con la zafferano, a base di erbe aromatiche, in commercio già a partire dal 1860. La ricetta originaria pare che contenga almeno una settantina di ingredienti segretissimi, tra cui figurano la menta e il finocchio. In realtà esistevano varie versioni, una sarda, un’altra distillata nei conventi, e a quanto pare anche una versione di mio nonno Tito, una libera interpretazione del classico digestivo allo zafferano.

Riordinando il materiale cartaceo è stato utilissima la lettura de Il manuale pratico per la fabbricazione dei liquori, sciroppi e gazzose, di M. A. Maragliano, una seconda edizione pubblicata nel 1920. Il libro reca in prefazione una dedica proprio a Riccardo Subinaghi, uno dei più importanti distributori di essenze spiritose, fornitore anche della Distilleria Bonollo.

Le cosiddette “essenze spiritose” venivano preferite agli oli essenziali nella fabbricazione di liquori, primo fra tutti il Fernet, le essenze di Bitter e Amari, e quelle di qualche Elisir. Gli oli essenziali avevano generalmente la funzione di profumo e di gusto pari all’1 per mille, di modo che un chilo di olio essenziale poteva bastare per la preparazione di mille litri di liquori. Poco solubili nell’acqua, generalmente venivano usati combinati all’alcol o etere.

Le essenze spiritose si erano diffuse per sopperire alla mancanza di omogeneità derivata dalla distillazione di erbe, radici, fiori, per i quali occorrevano processi di distillazione a temperature diverse. L’operazione consisteva nella distillazione a parte di ogni singola sostanza con speciali apparecchi, e poi nella successiva mescolanza di sostanze diverse per ottenere infusioni concentratissime. Le essenze spiritose venivano scelte anche per questioni economiche, la resa era indubbiamente superiore, di 3, 5 e anche 10 volte. In realtà la dose e la quantità venivano spesse taciute per non rivelare le ricette degli ingredienti a possibili concorrenti.

Per alcune essenze spiritose, in particolare quelle di Rhum, Cognac, Grappa, bisognava prima creare una base iniziale, ottenuta dopo precise reazioni chimiche e distillazioni diverse.

La vitalità e attività della Distilleria venne interrotta bruscamente da un tragico evento, Tito Bonollo morì prematuramente in seguito ad una peritonite nel luglio del 1935. Mia nonna ereditò l’onere di dover gestire l’impresa da sola insieme alla suocera, che però morì due anni dopo.

In breve tempo la situazione diventò sempre più ingestibile, le leggi fasciste sulle licenze e la penuria di materie prime, prima tra tutte lo zucchero, unite alle difficoltà oggettive del periodo storico spinsero mia nonna a cedere l’attività. I razionamenti erano già iniziati prima della Seconda Guerra Mondiale. Le barbabietole da zucchero venivano riservate all’industria bellica per la produzione di polvere senza fumo, un propellente per proiettili a combustione rapida.

La Distilleria Bonollo cessò di esistere in concomitanza con la Seconda Guerra Mondiale. Da allora l’edificio artigianale ha ospitato molte attività imprenditoriali locali (una fabbrica di mosaici, una camiceria, una falegnameria) fino a diventare un setting desolato, non operativo ormai da più di trent’anni.

L’impulso progettuale del nostro intervento è nato proprio dall’esigenza primaria di rianimare e riabitare i luoghi creando dei veri e propri spazi di benessere che reinterpretassero in chiave moderna la memoria storica del luogo.

P.S. Giovedì scorso abbiamo presentato all’Ecomuseo di Mira Porte, la storia e riqualificazione della Distilleria Bonollo

Se avete occasione di visitare il Museo, rimarranno esposte fino a giovedì 22 Settembre alcune tavole del progetto e parte della collezione di etichette antiche insieme ad alcuni strumenti di lavoro tra cui:

– l’alcoolimetro di Gay-Lussac (risalente agli anni venti, una volta presa la misurazione bisognava confrontarla con una tabella che elencava la giusta gradazione alcolica a temperatura ambiente, che generalmente si abbassava di 4°);

– l’acetimetro (strumento per misurare il tenore di acido acetico – il cosidetto anidro indicato nelle etichette, sostanza priva d’acqua);

– l’areometro di Baumé: un densimetro che permetteva di misurare la concentrazione di soluzioni acquose. Si procedeva empiricamente utilizzando soluzioni di riferimento a densità nota e ricavando poi per divisione la graduazione della scala. L’unità di misura impiegata è il grado Baumé (dal nome dell’inventore Antoine Baumé 1728-1804). Poichè il contenuto di alcool potenziale d’un vino è basato sul presupposto che l’intero zucchero fermenterebbe, un grado di Baumé (°Bé) corrisponde all’incirca a 17 – 18 grammi di zuccheri in 1 Litro di mosto, ovvero il vino risultante da un ipotetico mosto a 1°Bé dovrebbe presentare un contenuto dell’ 1% di alcool in volume.

– il vinometro, strumento per la misurazione della gradazione alcolica del vino.

TO BE CONTINUED…WIP

Le essenze spiritose

Alla bisnonna Assunta e a zio Felice

Lungo la Riviera del Brenta in un borgo a ferro di cavallo i miei antenati facevano i distillatori. Non è rimasto nulla dei segreti del mestiere, a parte un paio di vecchi alambicchi rotti, sacchi di etichette e una fitta corrispondenza.

Pare che il vecchio capostipite, il mio bisnonno, nato il mio stesso giorno, un secolo prima, fosse un uomo distinto, piuttosto gaudente con il vizio del gioco. Aveva due occhi neri lucidi come due biglie e portava i baffi all’insù. Si era sposato in seconde nozze con la Signora G., una donna robusta, severa, proprietaria di una fabbrica di laterizi. Dalla loro unione era nato un unico figlio, un ragazzo malinconico, svogliato negli studi, dalla corporatura esile e dal destino infelice, morì giovanissimo di spagnola.

La Signora G. era rimasta impietrita dal dolore di quella perdita prematura, privata dell’unico erede a cui aveva deciso di affidare la gestione di un solido impero economico accumulato con ferrea disciplina. Una volta vedova, si era messa in affari con il figliastro, un rampante industriale di origine vicentina, che aveva deciso di lanciarsi in una nuova impresa, creando una distilleria destinata alla produzione di grappa e liquori. Reinterpretò la tipologia classica della cittadella industriale, costruendo accanto agli edifici commerciali le abitazioni per gli operai.

Mia nonna, di origine veronese, figlia di un tecnico cartaceo, era rimasta folgorata dalla giovialità del Signor B., se n’era innamorata perdutamente. Aveva studiato alla scuola francese, era una donna piuttosto colta che si era trasferita sulla Riviera per gestire insieme al padre un albergo ristorante, che aveva come logo la vite.

L’unione fu molto travagliata, il marito sempre in viaggio di lavoro, lei sempre sola con due bambini e un padre vecchio da accudire.

Mio nonno morì improvvisamente a soli quarantaquattro anni di peritonite, suo fratello medico non era riuscito a salvarlo. Per mio padre e per mio zio, rimasti orfani così giovani, il proprio padre nei racconti materni continuava a esistere come una figura eroica, un bravo industriale, generoso e affettuoso. Alcune foto scolorite restituiscono istanti felici mentre giocano nel frutteto di famiglia, mio nonno li guarda con ammirazione, mia nonna si affaccia timidamente dalla finestra che dà sul giardino, vicini ma distanti.

La morte di mio nonno segnò l’inizio di un lento declino, mia nonna a poco, a poco, cominciò a sentirsi sempre più limitata dalla sua condizione femminile ai tempi del fascismo. Decise di chiudere la distilleria, svendette l’albergo e affittò gli edifici commerciali a degli artigiani locali.

Mio padre avrebbe voluto ripristinare tutto secondo gli antichi albori. Era riuscito a coronare il sogno della sua via diventando un pilota di volo acrobatico. Il fratello maggiore, che invece voleva essere un giornalista, aveva scelto di fare quello che da lui ci si aspettava: era un imprenditore. Morì a trentaquattro anni in un incidente stradale. Mio padre non si riprese mai da quel lutto, sentiva che la vita con lui era stata più che generosa, con il fratello ingrata.

Da allora si era messo in testa di rimettere a posto tutto da solo, voleva restaurare la villa in cui era nato. È morto prima di riuscire a portare a termine quello che si era prefissato.

Le essenze spiritose sono svanite per sempre, a noi, eredi del Signor B., il compito di dare una configurazione più propizia a un setting desolato, non operativo da anni. Non si poteva più ripristinare il passato, così come avrebbe voluto mio padre, ma si doveva cercare un nuovo senso, riesaminando con cura gli indizi che avevamo a disposizione. Bisognava rianimare gli spazi, il luogo chiedeva di ritornare in vita, proprio come la vite, simbolo di forza, di creatività e capacità di adattamento, aveva resistito tutto quel tempo per aprirsi al cambiamento.

Curiosamente “Vine” (vitis vinifera) figura anche tra i Rimedi dei Fiori di Bach, è un fiore vivamente consigliato per sviluppare una maggiore consapevolezza delle proprie capacità nel rispetto dell’individualità degli altri, imparare a essere autorevole senza essere autoritario. Vita vitis…

“A doctor can bury his mistakes but an architect can only advise his clients to plant vines”. (Frank Lloyd Wright)


TO BE CONTINUED…

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