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March 2011

Le Odissee che preferisco ricordare

Odysseus and the Sirens. Detail from an Attic ...

“…fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.”

(Dante, Inferno XXVI, 119-120)

Alle medie ci costringevano a fare le parafrasi dell’Odissea, un esercizio stilistico dove di solito si riscrive male quanto è già stato detto, ma a quell’età non si potrebbe fare altrimenti. Si leggevano le versioni neoclassiche di Ippolito Pindemonte, Vincenzo Monti, confrontandole con la traduzione ‘moderna’ di Rosa Calzecchi Onesti. Nel programma di studio Ulisse ricompariva in Dante, all’inferno nella bolgia dei fraudolenti, avvolto in una lingua di fuoco. Curiosamente Dante non aveva mai letto l’Odissea, la fama dell’arguzia di Ulisse gli era stata tramandata dagli scrittori latini, principalmente da Orazio e Seneca. Ulisse non veniva punito per la sua hybris, per essersi spinto ai confini del mondo, ma per le macchinazioni e gli inganni perpetrati ai danni degli altri. Come non ricordare l’urlo disperato di Polifemo che, accecato da un tizzone ardente, accusa Nessuno ma viene ignorato perché i ciclopi pensano che sia ubriaco?

Le cose si complicavano quando al liceo tentavano di spiegarci in modo ordinato l’Ulisse di James Joyce e il flusso di coscienza. Dopo pochi minuti era inevitabile perdersi nei meandri della mente, e ritrovarsi a fissare le foglie degli alberi fuori dalla finestra. Quando poi a casa riprovavi a leggere la prefazione, che ti scoraggiava da subito perché scritta in caratteri minuscoli, alla seconda pagina avevi già intuito una verità fondamentale: non potevi capire il flusso di coscienza di Joyce senza praticarlo di persona.

Con il passare del tempo, si cominciano ad affinare i propri gusti letterari, si continuano a ricordare a memoria le classificazioni ideologiche che ti hanno inculcato a scuola e da cui non ti libererai mai, come il passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico universale di Leopardi, ma ormai si è pronti per nuovi orizzonti.

“Allora diventa adulto mio Telemaco, diventa forte.

Solo gli dei sanno se ci rivedremo

ancora. È da tempo che hai smesso di essere quel bambino

davanti al quale frenai i tori che aravano.

Se non fosse stato per l’astuzia di Palamede

noi due vivremmo ancora insieme nella stessa casa.

Ma forse aveva ragione, lontano da me

ti sei messo al riparo da tutte le passioni edipiche

e i tuoi sogni, mio Telemaco, sono innocenti.”

(Tratto da Josif Brodskij, Odysseus to Telemachus, 1972)

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L’articolo è stato scritto il giorno in cui l’Italia prendeva parte all’operazione “Odissea all’alba” in Libia.

Le Odissee che preferisco ricordare

Odysseus and the Sirens. Detail from an Attic ...

“…fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.”

(Dante, Inferno XXVI, 119-120)

Alle medie ci costringevano a fare le parafrasi dell’Odissea, un esercizio stilistico dove di solito si riscrive male quanto è già stato detto, ma a quell’età non si potrebbe fare altrimenti. Si leggevano le versioni neoclassiche di Ippolito Pindemonte, Vincenzo Monti, confrontandole con la traduzione ‘moderna’ di Rosa Calzecchi Onesti. Nel programma di studio Ulisse ricompariva in Dante, all’inferno nella bolgia dei fraudolenti, avvolto in una lingua di fuoco. Curiosamente Dante non aveva mai letto l’Odissea, la fama dell’arguzia di Ulisse gli era stata tramandata dagli scrittori latini, principalmente da Orazio e Seneca. Ulisse non veniva punito per la sua hybris, per essersi spinto ai confini del mondo, ma per le macchinazioni e gli inganni perpetrati ai danni degli altri. Come non ricordare l’urlo disperato di Polifemo che, accecato da un tizzone ardente, accusa Nessuno ma viene ignorato perché i ciclopi pensano che sia ubriaco?

Le cose si complicavano quando al liceo tentavano di spiegarci in modo ordinato l’Ulisse di James Joyce e il flusso di coscienza. Dopo pochi minuti era inevitabile perdersi nei meandri della mente, e ritrovarsi a fissare le foglie degli alberi fuori dalla finestra. Quando poi a casa riprovavi a leggere la prefazione, che ti scoraggiava da subito perché scritta in caratteri minuscoli, alla seconda pagina avevi già intuito una verità fondamentale: non potevi capire il flusso di coscienza di Joyce senza praticarlo di persona.

Con il passare del tempo, si cominciano ad affinare i propri gusti letterari, si continuano a ricordare a memoria le classificazioni ideologiche che ti hanno inculcato a scuola e da cui non ti libererai mai, come il passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico universale di Leopardi, ma ormai si è pronti per nuovi orizzonti.

“Allora diventa adulto mio Telemaco, diventa forte.

Solo gli dei sanno se ci rivedremo

ancora. È da tempo che hai smesso di essere quel bambino

davanti al quale frenai i tori che aravano.

Se non fosse stato per l’astuzia di Palamede

noi due vivremmo ancora insieme nella stessa casa.

Ma forse aveva ragione, lontano da me

ti sei messo al riparo da tutte le passioni edipiche

e i tuoi sogni, mio Telemaco, sono innocenti.”

(Tratto da Josif Brodskij, Odysseus to Telemachus, 1972)

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L’articolo è stato scritto il giorno in cui l’Italia prendeva parte all’operazione “Odissea all’alba” in Libia.

Icaro, Brueghel e Auden

Oggi ho riletto Musée des Beaux Arts di Auden, nell’arte e nella poesia si trovano sempre delle risposte. La ripropongo nella sua versione originale e di seguito nella mia traduzione in italiano.

Musée des Beaux Arts

About suffering they were never wrong,

The Old Masters: how well they understood

Its human position; how it takes place

While someone else is eating or opening a window or just walking dully along;

How, when the aged are reverently, passionately waiting

For the miraculous birth, there always must be

Children who did not specially want it to happen, skating

On a pond at the edge of the wood:

They never forget

That even the dreadful martyrdom must run its course

Anyhow in a corner, some untidy spot

Where the dogs go on with their doggy life and the torturer’s horse

Scratches its innocent behind on a tree.

 

In Brueghel’s Icarus, for instance: how everything turns away

Quite leisurely from the disaster; the ploughman may

Have heard the splash, the forsaken cry,

But for him it was not an important failure; the sun shone

As it had on the white legs disappearing into the green

Water; and the expensive delicate ship that must have seen

Something amazing, a boy falling out of the sky,

Had somewhere to get to and sailed calmly on.

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Sulla sofferenza non avevano mai torto

i pittori antichi; come capivano bene

la sua posizione umana; come si svolga

mentre qualcun altro mangia o apre una finestra o solo cammina pigramente;

come, quando i vecchi aspettano riverenti e ardentemente

la nascita miracolosa, ci debbano sempre essere

bambini a cui non interessa affatto che accada, e pattinano

su uno stagno al margine del bosco:

non dimenticano mai

che anche il terribile martirio deve avere il suo corso

in qualche modo in un angolo, in qualche posto sciatto

dove i cani continuano a fare la loro vita da cani e il cavallo del torturatore

si gratta l’innocente posteriore contro un albero.

 

Nell’Icaro di Brueghel per esempio: come ogni cosa si allontana

in assoluta calma dal disastro; l’aratore

potrebbe aver sentito il tonfo, il grido desolato,

ma per lui non era un fallimento importante; il sole splendeva

come doveva splendere sulle gambe bianche che scompaiono nell’acqua

verde, e il costoso veliero leggero che doveva aver visto

qualcosa di sorprendente, un ragazzo che cade dal cielo,

doveva andare da qualche parte e continuava a navigare tranquillo.

Confessions

You just do what you want to do for your sense of your creative life. If no one else wants to see it, that’s fine. Storytelling reveals meaning without committing the error of defining it. You expect far too much of a first sentence…He was not so resolv’d when last we spake together. I say the sentences again and again in my head until they sound right. When anyone tells me I can’t do anything…I’m just not listening anymore.

I have no more money, I cannot buy anymore ebooks. I can’t download anymore. I’m tired.

Io, Smashwords e gli ebook

Mi sono avvicinata alla scrittura attraverso la traduzione letteraria, dedicando anni di studio all’interpretazione di libri scritti da altri, sperimentando stili e generi diversi. Alla fine del 2007, dopo una stagione impegnativa in Grecia a lavorare come croupier ai tavoli del Black Jack e dello Stud Poker (il Poker caraibico per chi frequenta i casinò), ho cominciato a scrivere più frequentemente. Non è stata una scelta, ma un’esigenza che con il passare del tempo è diventata insopprimibile.

Le cose si sono complicate quando ho deciso di pubblicare quello che avevo scritto. Sono stata immediatamente investita da un coro di dissuasori che mi hanno ripetuto fino alla nausea che “sarebbe stato molto ma molto difficile.” Non gli ho dato retta e ho cominciato a constatare di persona i tempi biblici delle case editrici italiane che di solito non rispondono, e quando rispondono, lo fanno dopo un periodo che varia dai quattro ai sei mesi, allora mi è venuto in mente il responso sfavorevole del coro lamentoso.

Da subito mi sono rifiutata di esplorare l’opzione agenti a pagamento, probabilmente se non avessi vissuto a lungo in Inghilterra, il regno dell’empirismo, forse avrei continuato a mandare lettere, ma dopo l’allenamento intensivo dei moltissimi colloqui di lavoro corredati da domande apparentemente insulse a cui dovevano seguire risposte convincenti, ho deciso che era arrivato il momento di mettere in pratica la tanto decantata proactivity.

Degli amici americani mi hanno fatto conoscere Smashwords, una piattaforma dedicata agli ebook e agli scrittori indipendenti. Qui sono riuscita a dare spazio alle mie storie che finalmente hanno trovato una collocazione. Mi piaceva l’idea di creare un tipo di testo che fosse accessibile a tablet diversi e ancora di più che fosse adattabile alle esigenze dei miei potenziali lettori. Per questo motivo i miei ebook non hanno la protezione DRM proprio per garantire una maggiore trasportabilità. La contaminazione fra flussi di contenuto è ormai un fenomeno sempre più evidente, ogni lettore gestisce e compila archivi di navigazioni in rete in modo del tutto personale.

In Italia il self-publishing riveste ancora un ruolo marginale. Di solito si pensa che questo tipo di pubblicazione sia il frutto di uno scrittore improvvisato, in realtà è tutto il contrario, si intraprende un viaggio in solitaria a cui bisogna prepararsi.

Il concetto stesso di self-publishing sospende ogni forma di giudizio, non ci sono filtri, si è responsabili di tutto in ogni fase, dalla formattazione al marketing, in completa autonomia, un cambio radicale di prospettiva in cui si diventa editori di se stessi. Una volta caricato il tuo ebook, dopo aver dovuto interpretare manuali tecnici noiosissimi, ti dovrai scontrare con la diffidenza tipica di chi non ti conosce, legge il sample gratuito e valuta con attenzione quasi maniacale se leggerti o meno.

Il vanity publishing, l’editoria a pagamento, invece è un altro percorso, si paga per essere pubblicati. In Italia le cose si confondono ulteriormente perché il self-publishing diventa vanity publishing, paghi in entrambi i casi, a differenza degli Stati Uniti, e vieni quasi sempre tacciato di narcisismo sfrenato.

Un mare magnum dove tutti si parlano sopra. Gli ebook vivono sospesi in un mondo virtuale finché non vengono scelti da un lettore e trasferiti altrove in un’altra dimensione. A differenza dell’edizione cartacea, gli ebook sono dei camaleonti digitali in attesa di nuove configurazioni.

Attualmente fluttuo in sei formati diversi.

La grafica delle copertine è di Claudia Bonollo.

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